Una vita da (quasi) underdog

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“Essere un tifoso del Manchester City in una giungla di tifosi del Manchester United è come essere un animale in via di estinzione” (da: There is only one Jimmy Grimble, GB 2000).

 Jimmy Grimble e’ un simpatico ragazzetto di Manchester, dalle orecchie a sventola, non privo di talento calcistico, in questa gradevole pellicola inglese.

Nel film, e’ convinto che le prodezze che riesce a realizzare sul campo, suscitando l’interesse degli osservatori del MU, dipendano da un paio di vecchie scarpe da calcio magiche. Un giorno, impossibilitato ad indossarle, si sentira’ impotente, incapace di quelle giocate fantasmagoriche che sino ad allora lo avevano caratterizzato e reso famoso. Un po’ come Sansone…quando venne subdolamente privato dei capelli dove si narra risiedesse la sua forza.

Ora, il film e’ a lieto fine ed il nostro Jimmy comprendera’ che il suo e’ talento vero, a prescindere dalle scarpe, tanto che il MU gli offrira’ comunque un contratto. Il bello e’ che il ricco guiderdone in questione verra’ rifiutato dal piccolo eroe per andare a giocare nella squadra del suo cuore, il, Manchester city, l’altra meta’ del cielo.

Proprio in questa passione di Jimmy per una squadra meno celebrata, nella stessa citta’, sta il significato del film ed anche, molto indegnamente come sempre, il razionale di questo mio post.

Cosa vuol dire essere tifosi di una squadra che non vince quasi mai, o molto alla lunga, in una citta’ a stragrande concentrazione di tifosi degli altri, dei diavoli rossi, forse la squadra più famosa del pianeta?

Anni di soprusi, prese in giro, angherie di ogni genere, per poi, ma mica sempre, prendersi una sacrosanta rivincita? E si, perche’ la vita reale mica e’ un film, non prevalgono sempre i buoni o arriva sul piu’ bello la cavalleria a salvarci, tutt’altro.

Cosa vuol dire assistere da tristi spettatori ai successi ed ai festeggiamenti di quelli del quartiere accanto, ma che dico della casa affianco? E soprattutto, perche’ mai un ragazzino dovrebbe scegliere di tifare una squadra simpaticamente (per gli altri) sfigata e perdente quando avrebbe l’opportunita’ di scialarsela con quelli che trionfano sempre?

Proprio questo interrogativo mi affascina, da tifoso della prima ora del city in premier league. E figurarsi se potevo tifare per una squadra che ha invece i colori rosso e neri e nello stemma il diavolo, vi ricorda qualcosa? Ed a proposito, amici nerazzurri, voi cosa provavate quando Il Milan vinceva coppe e scudetti a raffica e noi nisba?

45 anni di attesa per la coppa con le orecchie son lunghi, siam persino arrivati a far delle nostre sconfitte e dei nostri insuccessi un brand, un marchio di fabbrica, sinanco un vanto, autocelebrandoci all’indomani del 5 maggio come Aristocrazia della sfiga (cit. Michele Serra), inneggiando ai nostri insuccessi e definendoli preferibili e non barattabli con quelli a iosa del nano di arcore. E, non abbiam mollato, attaccati peggio di prima alla squadra del cuore. Fede cieca dunque. Come nasce questo sentimento profondo, da dove arriva?

Per tornare a parlare del city, ci sono un paio di tifosi eccellenti, i fratelli Gallagher del gruppo degli Oasis, originari di Manchester e tifosi dei citizens. Mi pare che Noel riporti la passione per il city ad una sorta di ribellione rispetto al patrigno che lo gonfiava di botte da piccolo e credo fosse tifoso del MU. Insomma, una specie di rivalsa nei confronti del potere, della prevaricazione esercitata dai potenti sui più deboli. Sempre per rimanere agli Oasis ed utilizzare il paragone musicale, forse un decennio fa si contendevano il predominio e la popolarita’ in Gran Bretagna con un altro gruppo, i Blur. Tanto sanguigni e rockettari i primi quanto cool e sofisticati (musicalmente parlando) gli altri. Dovendo dirla tutta, abbastanza agli antipodi, seppure concorrenti nello stesso settore. Cosa fa preferire gli uni agli altri, quali segnali captiamo, piu o meno rassicuranti, cosa titilla il nostro animo e fa propendere la scelta su questi o quelli? E riportandolo al calcio, perché si sceglie talvolta una squadra perdente o tendenzialmente meno forte rispetto alla piu’ tranquillizzante e facilmente vincente? Abbiamo detto ribellione come movente o invece emulazione, la squadra del papa’ diventa quella del figlio, oppure a causa dell’amico che ha una influenza su di noi. O anche, più semplicemente, un suono, un colore che ci colpiscono in un momento della vita in cui siamo vunerabili, da piccoli, quando siamo un foglio bianco su cui scrivere, pronto per essere redatto a condizione di avere l’inchiostro adatto a noi.

Ci siamo, questa e’ la chiave di lettura che mi va di utilizzare per provare a spiegare l’inspiegabile, quell’innamoramento che di razionale apparentemente non dovrebbe avere nulla ed invece, utilizzando quelle quattro reminiscenze che mi ritrovo sul cervello, sulla base del funzionamento di questo organo vorrei tentare di decifrare. Si, nonostante le apparenze mi pare molto più un fatto di cervello che di cuore.

In termini di preferenze, la vita e’ tutta una dicotomia, un dualismo, o al massimo per rifarsi al cervello una questione di emisfero destro o emisfero sinistro.

Creativita’ ed astrazione l’uno,razionalita’ e pragmatismo l’altro. indipendenti i due emisferi, capaci di interconettersi o essere autonomi.

Ognuno di noi ha delle preferenze, vien colpito dato il suo modo preferenziale di ragionare, o gradisce piu’ facilmente certi segnali rispetto ad altri. Lo sanno bene i pubblicitari che curano le campagne delle grandi aziende, spesso concorrenti tra di loro. Cosa ci porta ad esempio a scegliere, una catena di fast food rispetto ad un’altra, se queste si trovano ai lati opposti della stessa strada e quindi per noi equidistanti? Mcdonald e’ certamente piu’ ortodosso e rassicurante come tipo messaggio trasmesso ai nostri cervelli, attrarra’ quindi un target con prefenze sul razionale e pragmatico (emisfero sinistro).Tutt’altra cosa Burger King che ha una campagna piu’ trasgressiva,si rivolge alla popolazione con un msg nuovo, quasi provocatorio. E’ facile pensare che coloro con preferenze di emisfero destro, vengano attratte da quel tipo di pubblicità e scelgano Burger king invece di Mac Donald.

Moltissima della strategia delle grandi aziende per attrarre il consumatore si basa su questi aspetti, la rassicurante Nike verso la rivoluzionaria ed innovativa Reebok, la classica coca cola rispetto ai competitori estremi della pepsi.

Per i tabagisti e’ la Marlboro invece della Camel, per i “ciclofili” Coppi o Bartali.

Ci siamo capiti spero. Pero’, se parliamo di calcio non troviamo grandi spiegazioni nella scelta del team da amare per la vita se non pensiamo proprio alle interconnessioni dei due emisferi, attraverso il corpo calloso.

Certo, Non e’ tutto in una direzione ed un fumatore di Camel puo’ tranquillamente preferire una coca cola ad una pepsi, anche se sareste sorpresi da quanto la coerenza delle scelte sia spesso a dir poco incredibile.

Ancora altri fattori possono e debbono necessariamente entrare in gioco, esser tenuti in considerazione, come la identificazione con i buoni o i cattivi (ma esistono davvero in modalita’ dottor jeckill e mr Hide? intendo nella vita reale). L’eroe o l’antieroe, gli indiani ed i cowboy,ed esistono meccanismi di identificazione che possono partire da basi disparate, talvolta ancestrali. Prendiamo l’Inter ed immediatamente capiamo che ci ha fregati tutti, creativi e pragmatici, perche’ in essa riscontriamo caratteristiche che possono essere preferite sia dagli uni che dagli altri. Il colore della maglia nella parte blu e certamente tranquillizzante e rassicurante, ma che dire del nero? Internazionale e’ un nome che fa’ tanto cittadini del mondo, ha un bel suono ma come le collochereste in termini di preferenza? E poi non e’ rassicurante come la Gobba che vince quasi sempre ed e’ la rappresentazione del potere, con conseguente fascinazione, anche data dal lato oscuro (cit. George lucas), dalla personificazione del male. Ma certo, poi per onesta’ intellettuale, non e’ che noi siamo sempre proprio i buoni o comunque, al massimo pensiamo di esserlo…E siamo la pazza Inter, non direi rassicurante in quel senso.

Insomma, il ventaglio e la granularita’ delle caratteristiche rende la beneamata un raro esemplare che puo’ esser apprezzato da una popolazione estremamente variegata e diversificata e comunque fa della scelta della squadra di calcio un qualcosa che sfugge anche ai meccanismi del cervello se non lo vediamo come dicevo prima con emisferi interconnessi ed interagenti. Organo affascinante, ed “autoconsapevole”, a scanso di imbrogli ha poi ben presente che: Si puo’ cambiare (talvolta) la compagna o il compagno nella vita, la fede politica (ad ogni soffio di vento) ma non (proprio mai e poi mai) la preferenza calcistica.

E`…come l’anno scorso?

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Caldo di Agosto, finalmente, e le amichevoli. Non sono d’accordo con quelli che dicono che non contano, per me il buongiorno si vede dal mattino. Queste partite, se sostenute con avversari credibili, danno il senso del progetto di squadra in essere.

Non c’entra nulla se si vince o perde, su questo si, sono d’accordo, e neanche quanti titolari giochino o manchino. Conta la verifica delle idee, solo quelle, poi i giocatori di maggior qualita`, i titolari le realizzeranno certo meglio dei rincalzi.

Proprio questa cartina di tornasole, quella delle idee e del progetto di gioco, purtroppo fa registrare gli stessi problemi dello scorso anno. Insoluti e non mi aspettavo altro, vista la conferma alla guida di un signore che ha poco da aggiungere a quanto gia` visto; assolutamente non da Inter se non in uno dei momenti piu` bassi della nostra storia.

A costui si e` ritenuto di dover prolungare il contratto di un altro anno e non se ne coglie il perche`. Se e` cosi` di personalita` e sicuro dei suoi mezzi poteva benissimo lavorare con la squadra essendo in scadenza, piuttosto che mettere al sicuro malloppo e posizione, consolidando uno status che ad altro non serve se non garantirgli credibilita` e rispetto da parte dei calciatori (sarebbe come dire: “guardate che questo rimane un altro anno per cui niente fronda”).

Anche nelle amichevoli, sino ad oggi, dove solo il risultato e` stato talvolta accettabile (ed ho detto che oggi quello non conta, lo ribadisco), si e` visto lo stesso inquietante canovaccio della scorsa stagione:

Orrida difesa di partenza con tre stopper (eventualmente cambiata in improbabile quattro in corsa), immediatamente in crisi la prima volta che viene affrontata in velocita` e palla a terra. Terzinacci prestati a fare l’ala, centrocampo di bassa qualita` se non si accende il baby croato, manovra prevedibile e movimenti offensivi inesistenti. Una stitichezza calcistica, insomma.

Una squadra che diventa lunghissima in campo non appena si prova a far qualcosa di diverso, offrendo il fianco ai palleggiatori avversari ed alle ripartenze.

Modulo antieuropeo (e questo si sapeva) ed in un momento di congiuntura ci potrebbe anche stare (anche Van Gaal lo applica, piu` o meno simile, ma quanto a cultura calcistica ce ne corre).

Le difficolta`, la noia di guardare questa squadra, sono esattamente le stesse della scorsa stagione e se non arriva un ordine di scuderia il livornese difficilmente fara` qualcosa di diverso, ammesso che ne sia capace.

Storicamente poi, non ha mai dato la sensazione di poter gestire le due competizioni adeguatamente. Tutto un programma.

Le poche cose positive si vedono quando si sta compatti lasciando agli altri la responsabilita` di produrre gioco e si puo` provare a ripartire. Immagino quindi che a San Siro contro quelli che si chiudono avremo immense difficolta` (come l’anno scorso, repetita juvant) e se qualcosa di buono capitera` sara` o fuori casa o con avversari che tentano di imporsi. Bravi insomma quando si tratta di non far giocare gli altri, e neanche sempre.

Da un punto di vista della rosa si e` avviato un nuovo ciclo rinunciando ai vecchi Asasados ma mi pare che una nuova generazione di ”grigliatori” e con meno qualita` si stia affacciando da noi. Almeno i vecchi dopo tante peripezie avevano imparato a vincere. Questi, tutto da vedere.

Come innesti si e` preso quel che si poteva arrivare a prendere e si e` cercato (ahi noi) di seguire le indicazioni dal gran maestro (del caciucco) livornese .

Ricordate che parliamo di uno che avrebbe voluto Luis Gustavo, che abbiamo visto ai mondiali quale zappa sia. O anche Berhami, peggio ancora. Se poi e` vero come dice De laurentis (sinora non smentito) che ha pure osteggiato l’arrivo di Verratti a Napoli, sulla competenza calcistica siamo all’anticristo, urge l’esorcista.

Dicevamo, abbiam preso una ex promessa francese dal carattere difficile e vari chili da smaltire, un difensore serbo vecchio, lento e plurinfortunato, un playboy argentino di talento ma fumantino (incompatibile con Icardi checche` se ne dica, e ne ritardera` l’eplosione se come penso Mazzarrone fara` giocare Pablo e non Mauro).

Poi, i due che mi piacciono, comunque scommesse: un pitbull cileno, duttile e tattico, qualsiasi allenatore uno cosi` in rosa lo vorrebbe; e Dodo`, che rischia di fare la muffa in panchina pur essendo meglio del Divino Jonny e del Jappo messi insieme.

Abbiamo sul groppone ed a libro paga ancora diversa gente improponibile che dubito riusciremo a smerciare e questo frena l’arrivo di qualcuno che davvero faccia la differenza. Unica consolazione, il campionatuccio italiano sempre piu` di basso profilo che qualche spiraglio potrebbe consentirlo.

Allo scudetto per carita`, neanche a pensarci: Juve e Roma favorite, di altra categoria, anche per gli acquisti fatti a puntellare. Certo, ognuna con delle verifiche da fare: Allegri al posto di Conte e oggi non sappiamo se cederanno Vidal, la Roma con le coppe e capire se riesce a tenere Benatia. Comunque restano una spanna sopra.

Il Napoli ha piu` qualita` di noi ed aspettiamo di vedere qualche acquisto, che pure faranno.

Comunque tre piu` forti a bocce ferme sono pure troppe, bastano e avanzano.

Ce la giochiamo con la Viola se vende Cuadrado e la Lazio (che ha preso un paio di buoni giocatori ed un allenatore bravo) e Milan, che qualcosa fara` prima della fine del mercato.

Se tutto va da logica, competiamo come l’anno scorso (ancora…) per una posizione dal quarto al settimo posto, poche illusioni.

Per far meglio ci vuole qualcuno davanti che si suicidi ed allora non e` peccato sognare in grande. E non dovrebbe essere difficile poi far piu` dei 60 punticini dello scorso anno e dei 59 di quello prima.

Noi, i mazzarrizzati, comunque siamo squadra fisica, e storicamente le squadre fisiche van bene nel campionatuccio graciluccio nostro.

Insomma, ci vuole una favorevole congiunzione astrale, che tutte le condizioni si realizzino e facendo il massimo punteremo a qualcosa oltre i nostri limiti, il terzo posto.

Altrimenti , sara` come l’anno scorso (piu` o meno) e prepariamoci degli stupefacenti per star svegli durante le partite.

The sixties – Riflessi della memoria

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Sono nato negli anni sessanta. Uno dei tanti, è proprio il caso di dirlo.

Un baby boomer, figlio di quel nuovo benessere che permeava la nazione in quei giorni e spinse quelle generazioni a produrre bambini come non sarebbe piu` capitato nella nostra storia.

Circa un decennio di nascite record che gli storici fanno terminare intorno al 65, o poco prima, non ha molto senso dibatterne; ad un certo punto dei sixties inizia un plateu e poi un’ineluttabile, irreversibile discesa che ci portera` sino agli anni nostri con crescita zero, ad essere il paese anagraficamente piu` vecchio del gia` vecchio continente.

Io ho sempre sentito e sofferto di essere venuto al mondo troppo tardi, e cosi`non aver vissuto appieno quanto successo in quegli anni.

Anche perche`,cantavano i Beatles e Mary Quant sdoganava la minigonna.

Sono nato negli anni sessanta nel nordest del paese e li ho trascorso la mia porzione abbondante di quel decennio, prima che i miei genitori decidessero di tornarsene al centrosud, all’inizio degli anni 70.

Una strana emigrazione al contrario, si potrebbe dire.

Strana, alla fine neanche poi tanto, solo insofferenza ed un po’ di mancanza di adattabilita`, di mio padre, non certo di mia madre, in un contesto che non ha mai sentito suo nonostante le apparenze. Alla fine, un classico caso di mancata integrazione.

Come non capirlo, allora era forse ancor piu`difficile di oggi.

Sono il tipico figlio primogenito di una famiglia assolutamente piccolo borghese di quegli anni. Con tutte le caratteristiche, famiglia di 4, genitori entrambi dipendenti pubblici, posto fisso e stipendio assicurato a fine mese, pensione certa al termine del percorso.

Ho un fratello piu` piccolo, ed i miei hanno una casa di proprieta`, comperata non senza L’aiuto dei nonni emigrati negli USA negli anni precedenti e piccolo mutuo da pagare che a noi oggi farebbe sorridere ma che a loro sara` sembrato il K2 da scalare.

Macchine, 2,  una piu` grande ed una utilitaria, ovviamente la 500. Abbiamo fatto anche qui tutto il percorso borghese di crescita: la 600, color acquamarina, primo simbolo di emendamento dalla poverta` ed irrinunciabile passaporto di liberta` verso le mitiche gite fuoriporta domenicali (a Iesolo, o in montagna,talvolta a Cortina quando ero ancora nordico), tanto bene descritte dai registi dell’epoca. Poi la 128, gialla, infine la mitica Giulia, blu con volante in radica.

E` il miracolo economico di quegli anni. O forse, a posteriori sarebbe meglio dire il miraggio economico del quale paghiamo un conto salatissimo anche oggi.

Una bella,noiosa normalita`. E quindi dove sta la storia?

Probabilmente proprio in questa banalita` e normalita`, nel cercare di trasferire il gusto, l’idea di una stagione comunque rotonda e speranzosa. Forse nel raccogliere un po’ di ricordi e tracciare un bilancio; forse.

Non lo so, ad un certo punto mi e venuta di voglia di scriverla, ed eccomi qua.

Gli anni 60 per me, piccolissimo, trascorsi su al nord,sono fotogrammi, spezzoni, flash.

Alcune cose mi viene anche il dubbio se mi siano mai accadute, oppure se siano storie d’altri che mi sembra di aver vissuto in prima persona, una sorta di transfer.

Vediamo, ricordo il cortile del palazzo in cui vivevo, dove imparavo ad andare in bici, ho la perfetta rimembranza di quando mi han tolto le rotelle di supporto e dapprima incerto, poi piu` spedito ho cominciato a pedalare.

Dovevo avere sui 5 anni, o forse 6.  Che poi, e` il periodo in cui ho scelto di cosa “morire” calcisticamente.

Molto per emulazione di ragazzi appena piu` grandi; uno in particolare che abitava in un appartamento dirimpetto al mio, doveva avere tre, quattro anni piu`di me.

Una differenza di eta` giusta per aver ricordo diretto della grande Inter, lui si, e dei suoi successi internazionali.

Non riesco a ricordarmi il nome di quel ragazzo, mai piu` visto da quando ci siamo poi trasferiti al sud. Chissa`che fine ha fatto. Ad ogni modo, sempre nel piazzale del palazzo, era lui che formava le squadre di ragazzini del quartiere per le partitelle; ad ognuno di noi assegnava un nome di un giocatore famoso,non solo dell’inter ma anche di altri club.

Chi era Riva,chi Rivera, Mazzola, Prati, Suarez, Corso.

Io, piccolo, pendevo dalle sue labbra e noi (lui ed io), avevamo sempre nomi di giocatori dell’Inter.

E`stato lui a narrarmi le gesta che oggi conosco a menadito, soprattutto per averle riviste, della grande Inter che non tornera` piu` (una mezza cit. Liguabue, Radio Freccia).

Quell’Inter creata da Angelo Moratti, un uomo che ebbe una intuizione di business non comune comprando credo in USA macchinari di raffinazione, smontandoli per trasportarli e rimontandoli in Italia.

Divento` il maggior raffinatore di greggio d’Europa e ricchissimo.  Con quel talento ci mise anche troppo a vincere con la squadra comprata come regalo a sua moglie Emilia, di origine svizzera e tifosissima dell’Inter.

E comunque ce la fece, mettendo in piedi un modello che tutti in Italia hanno poi ripreso.

Il primo esempio di organizzazione manageriale applicata al calcio, con un grande dirigente, Italo Allodi ed un allenatore esotico, Helenio Herrera, che cambio` per sempre le metodologie di gestione ed allenamento dei calciatori in Italia. La via del professionismo, cosi` come lo conosciamo oggi.

L’Inter di quegli anni,come la Juventus dopo (piu`o meno), governava le dinamiche di mercato attraverso Allodi e Moratti e la loro rete di influenza.

Si dice che pagassero il Cagliari perche` tenesse Riva e non lo facesse andare dai gobbi. Ed erano riusciti a comprare le perla nera Eusebio, che avrebbe garantito altri trionfi.

Acquisto bloccato dalla chiusura delle frontiere, fortemente caldeggiata da Umberto Agnelli e Franco Carraro, non tanto per rinvigorire la pedata italica dopo il disastro con la Corea del Nord, quanto per bloccare gli storici rivali meneghini ed invertire il corso degli eventi.

Vi riuscirono. Allodi in un secondo momento ando` ad organizzare la Juve, che poi sfocio` in quella trapattoniana del decennio successivo. Persino il modello Juve quindi non e` azzardato pensare origini dal modello dell’Inter Morattiana dei sixties.

Suoi, dunque, di questo ragazzino, i miei racconti di formazione, viste con i suoi giovani occhi le prodezze della grande Inter.

La finale con il Real madrid di Puskas e Di Stefano, Il goal leggendario di Mazzola con il Vasas, quando continuava a scartarli tutti e non tirava mai. La rimonta dopo il 3-1 fuori casa con il liverpool, la punizione a foglia morta di Mariolino, il sinistro di Dio, L’astuzia di Peiro` nel sottrarre il pallone al portiere inglese.

Il goal di Facchetti, il nostro capitan futuro all’epoca, quello vero in campo e fuori era Armando Picchi. Racconti di un calcio italico ed eroico, fatto di difesa impenetrabile, sofferenza e mortifero contropiede.

So tutto e li ho visti un miliardo di volte, tanto che mi sembra di averli vissuti ma in realta` cosi non e`. Fotogrammi, cartoline di un mondo che correva a 100 all’ora ed in verticale trasformazione.

Quello e`stato il mio imprinting nerazzurro, molto piu` che con mio padre, anche egli tifoso, di cui ricordo le accese discussioni calcistiche con il mio padrino, milanista, e qualche santione durante le poche partite trasmesse in un polveroso black and white dall’unico canale televisivo disponibile e ricevibile all’epoca, il primo canale, poi ribattezzato Rai uno.

Sono nato negli anni sessanta ma essi mi appartengono come un ricordo quasi documentaristico, e normalmente mi generano quel languore, un senso di incompletezza dato dal non aver potuto partecipare, come ho scritto prima, attivamente ed intensamente agli accadimenti di quell’epoca.

Si, forse noi siamo nati tutti troppo tardi. Sorgevano la beat generation, gli hippies e la contestazione. Si innescavano quei processi che avrebbero cambiato la societa`, i costumi, il mondo. Il primo uomo mise piede sulla luna.

Noi piccoli, testimoni inconsapevoli. Una “generazione di mezzo” perennemente in ritardo e sempre in bilico tra passato e futuro, con quella senzazione di spiazzamento,  di sentirsi sempre ed ovunque fuori posto che non ci molla mai, proprio mai.

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