So bbenuti l’americani…ma pure li giapponesi

La premessa… anzi due, non scrivo, anzi non pubblico nulla da un sacco di tempo. Voglia poca, sui  nerazzurri stendiamo un pietoso velo e in attesa che mi facciano tornare “l’Interite” con qualche buon risultato, neanche mi va di curare la rubrica libri e vini del mese. Comunque ce ne  sono abbastanza per aumentare la miopia o per prendersi la cirrosi,  se si vuole consultarli.

Avrei delle cose pronte per i racconti apocrifi scritti tanto tempo addietro, da sistemare ma pure quel discorso mi affatica. Insomma non ho voglia di fare una beneamata mazza. Scrivere, signori miei e` difficile e lavorare stanca (cit.).

Pero`,questa e` la seconda premessa, quando la mia collega nonche` scrittrice vera e pure editrice Cristina Lattaro mi ha chiesto di scrivere una breve testimonianza sull’azienda in cui abbiamo entrambi lavorato, perche` a Rieti si sarebbe tenuta una celebrazione della stessa di li a poco, non ho potuto esimermi. Troppo importante quel pezzo, quel lembo della mia vita interconnesso, abbarbicato alla Texas Instruments. Molto di cio` che sono oggi, non manchero` mai di ripeterlo, lo debbo a quel periodo e a quell’epopea. 

Dunque, trovandomi la pappa pronta e ad avvenuta celebrazione, mi son detto, perche` non pubblicarlo su questo mio Blog inaridito dall’accidia? Buona lettura, soprattutto a coloro che magari si imbatteranno in questa storia e vi si riconosceranno, per  averla in tutto o in parte vissuta con me o come me.

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La mia esperienza con Texas Instruments e` piu` recente di quella di altri ex Tiers Italiani (cosi` si chiamano i dipendenti della compagnia). Non ho lavorato a Rieti, sono stato assunto direttamente nel 1990 per il sito di Avezzano, all’epoca punta di diamante della produzione di memorie DRAM in Europa.

E, sono stato un Tier sino al 1998, anno in cui la compagnia si e` disimpegnata dalla produzione di memorie e ha ceduto l’intera divisione, incluso il sito di Avezzano, alla Micron.

Aneddoti e storie, ce ne sono tanti. Parto dalla conclusione di un’esperienza per me incredibilmente formativa durata otto anni. Si, il primo ricordo e` quello del giorno del distacco, quando ufficialmente ci venne detto che saremmo passati a Micron. Certo, voci e rumors negli anni, di una possibile cessione, si erano rincorsi sistematicamente e altrettanto sistematicamente venivano bollati come bufale. Stavolta pero` era vero, maledettamente vero.

Un certo giorno venimmo tutti convocati in “cafeteria” (ovvero i locali della mensa), l’allora amministratore Marcucci ci diede la notizia: “ci ha comprato Micron ed e` la migliore cosa che potesse capitarci”… piu` o meno disse cosi`.

Si levo` istintivamente e simultaneamente tra gli astanti un brusio: “Micron? Ecchicazz e` Micron?”

Capito? Questo era il sentimento del Tier “quadratico medio”. Pochi conoscevano la nuova compagnia, al punto a riunione finita di andare immediatamente sul web per documentarsi, subito realizzando che si usciva in quel momento da un impero, la Texas, storica azienda radicata in Italia da oltre un trentennio, per entrare in una compagnia allora “all american” (noi il primo vero insediamento al di fuori degli USA) e perdipiu` con il quartier generale a Boise Idaho, nord ovest del paese con poca o zero cultura di multinazionale.  “Voglio vedere la frontiera prima che sia troppo tardi” (cit. Balla coi lupi). Noi forse quella frontiera in quel momento non avremmo voluto esplorarla.

Poi e` andata bene anche con Micron ma al momento la sensazione netta di aver perso tantissimo e di un’epoca d’oro che terminava era il sentimento dominante. O almeno, era il mio.

Mi spiego meglio: La Texas per noi ragazzotti di una provincia assonnata e noiosa, non esattamente la terra delle grandi opportunita`, ha rappresentato la possibilita` di crescere e imparare, talvolta di viaggiare, conoscere altre culture.

TI, l’acronimo veniva parafrasato nel mercato da altre compagnie come “Training Institution”, intendendo cosi` un’azienda che quasi a fondo perduto investiva sulla formazione e sviluppo delle persone che poi facevano la loro fortuna all’interno o diventavano molto appetibili sul mercato andando a fare la differenza in altre aziende, portando con se tutte le conoscenze e le esperienze maturate.

Conoscenze e esperienze, per persone come me che da appena assunte non sapevano nulla e venivano catapultate in una realta`, una modernita` sino ad allora neanche sognata.

E melting pot, perche` se come dicono a Rieti “so bbenuti l’americani” da noi arrivarono pure in grande numero i giapponesi, chi li aveva mai visti sino ad allora se non in qualche film di Kurosawa? E, neanche molti di loro avevano mai messo il becco fuori dal loro paese, ancora all’inizio degli anni 90 ma Avezzano nacque come copia conforme dello stabilimento di Miho, cosi` eccoli qui.

Molte delle storie piu` gustose riguardano il mio rapporto con i giapponesi che personalmente adoro, come adoravo la sensazione di esser stato proiettato in un “Manga” perpetuo, con personaggi che sembravano usciti dalla tradizione fumettistica nipponica. Il rapporto con loro, nostri maestri di allora, ci cambio` e apri` a un mondo lontanissimo. Ad onor del vero, anche loro ne uscirono cambiati e non sempre in meglio.

Ad esempio ne ricordo uno piuttosto giovane che lavorava nella mia stessa area e andava in giro in Clean Room canticchiando il gingle di Colpo Grosso, un programma di quegli anni, un gioco a quiz pruriginoso presentato da Umberto Smaila popolato da ragazze procaci e decisamente poco vestite. Una roba che pure la censura giapponese odierna non avrebbe mai permesso, immaginate che impatto poteva avere su un ragazzo proveniente da un’altra galassia. Dicevo, questo andava in giro canticchiando allegramente il motivetto che emesso da lui grosso modo suonava cosi`: “Colpo Glosso! Liccoplimi di Baci…Blinda alla foltuna festeeggia con meee!”  ovviamente con debita sostituzione R con L che proprio (anzi ploplio) non riusciva a pronunciare.

Noi morivamo dal ridere. In ogni caso, voglio sottolineare che arrivarono persone di gran competenza come il mio primo Sensei. Shock culturale vicendevole e contaminazione continua. Uno Yoshiaki parlava, caso raro, un buon inglese, persona di grande profondita`, cultura e sensibilita`. Appassionato di Storia e di arte, mi aspettava all’ingresso dello stabilimento tutte le mattine alle otto ed entravamo insieme, trascorrendo ore infinite a lavorare e nel frattempo a confrontarci. Lui proveniente dalla patria degli elettrodomestici avanzati, all’epoca in Giappone non era cosi` infrequente, non possedeva un televisore e lo vedeva come oggetto infernale che avrebbe distolto l’attenzione della famiglia dal confronto, dalla conversazione, dal curarsi l’uno dell’altro.

Una volta ripartito, mi scrisse dopo qualche tempo relazionandomi: “ora grazie a te oltre alla macchina del caffe` che mi hai regalato, possiedo un televisore, videoregistratore e stereo”. La sua vita insomma per colpa mia, non sarebbe stata piu` la stessa.

Potrei raccontare dell’altro personaggio che ogni giorno alla stessa ora passava trai banchi di lavoro in Clean Room strillando con voce alla Barry White (con gli occhi a mandorla) “Housekeeping” facendo sobbalzare tutti quanti e invitando a rispettare il rito della pulizia giornaliera della propria postazione, mentre una musica d’ambiente si spandeva ovunque. Dovevi mollare qualsiasi cosa stessi facendo e metterti a pulire sino al termine della musica, non c’erano santi e questo qui passava e ripassava a controllare e ti gracchiava vicino “Housekeeping”. Il senso della disciplina, della perfetta routine e dell’ordine, una cosa di cui solo tempo dopo ho compreso il significato.

Ma i giapponesi non erano solo ordine, pragmatismo e disciplina…C’era una macchina in produzione che non ne voleva sapere di andare, senza apparenti spiegazioni tecniche, o razionali. Un classico caso di “ghost in the machine”. Un bel giorno passo vicino a quest’oggetto posseduto dal demonio e vedo che funziona a pieno regime. Noto inoltre un foglietto scritto in ideogrammi, una specie di preghiera shintoista. Faccio per rimuoverlo perche` comunque questo pezzo di carta li non poteva starci e vengo bloccato dall’operatore addetto alla macchina: “Fermo fermo per carita` non toccarlo. Lo ha messo Morinaga San e da quel momento questa funziona e non si rompe piu`”. Il Giappone e i giapponesi, sospesi tra pragmatismo e spiritualita`, un po’ come noi italiani, “non e` vero ma ci credo” diceva Eduardo.

E ancora, un paese in bilico tra tradizione e modernita`, come verificai quando finalmente andai a Tokyo per vedere dei fornitori. Capitava di girare in alcune strade come Ginza e se non fosse stato per gli occhi a mandorla delle persone scambiarla per una strada di una metropoli americana, girare l’angolo e trovarsi di fronte un tempietto con giardino Zen o una casa tradizionale con il laghetto delle carpe.

Ricordo quando venni scortato dai miei gentilissimi accompagnatori a visitare un produttore di alcune parti di ricambio che si fabbricavano solo in Giappone, poco piu` che delle guarnizioni, costosissime. Mi portarono in un quartiere che sembrava residenziale di casette minuscole, una attaccata all’altra. Bussano alla porta di una casa, si scende in una specie di scantinato dove in pratica mi trovo di fronte al grande produttore: un piccoletto di eta` impredicibile che ricorda tanto quello che fabbricava gli occhi dei replicanti in Blade Runner. Se non l’avessi visto non avrei potuto crederci, noi compravamo e importavamo in Italia dei pezzi prodotti manualmente da questo signore in modo semi-artigianale, nello scantinato e semplicemente sotto una comune cappa da laboratorio.

E che dire delle surreali riunioni in sale aziendali nipponiche, come quella al cospetto di un boss supremo seduto all’altro capo di un tavolo infinito e circondato dai suoi collaboratori, i piu` vicini a lui per ordine di grado e importanza. Ogni posto a quel tavolo corredato da posacenere e fiammiferi. Si poteva fumare! Anzi ricordo l’apprezzamento e gli “ohhh” di stupore quando per mettermi allo stesso livello io che fumavo come una ciminiera estrassi dalla giacca il pacchetto di Marlboro rosse. La conversazione e il meeting si snodavano cosi`: Io parlavo o il boss parlava, uno dei suoi vice traduceva in mia o sua direzione. Due ore di riunione e specifiche complesse con il capo che non mi rivolse mai direttamente la parola. Salvo scoprire poi la sera a cena dopo un numero indeterminato di Sake che quello l’inglese lo parlava eccome ma la forma aveva un senso quanto la sostanza, e mi stava mettendo alla prova, non fidandosi di un Gaijigin sotto i trent’anni che rappresentava un’azienda tra l’altro americana. Secondo lui andavamo (mi disse) in Giappone per attentare alle virtu` delle loro donne e lui aveva due figlie femmine…la paura e il diffidare dei diavoli bianchi occidentali, forse ancora retaggio di Enola Gay…

Senza TI non avrei mai avuto accesso a tutto un universo e ne avrei tantissime da raccontare, la finisco qui, riavvolgendo il nastro dei ricordi sino a quel fatidico giorno dell’assunzione, quando per andare a Citta` Ducale in una giornata di pieno inverno sbagliai strada e finii su un cucuzzolo innevato. Dovetti scendere a spingere la macchina che si era impantanata non andando piu` ne su ne giu`. Mi presentai cosi` inzaccherato e infangato a firmare il contratto pensando “se questi sono i presupposti non durero` piu` di una settimana”… E` durata otto anni e per quel che mi riguarda ancora dura e ci sara` per sempre.

Grazie TI!

Avezzano, Maggio 2017

Anni 90, plastica e nuvole.

plastica

                                      Quando penso a questo decennio, pur se non me n’e` mai fregato molto della nazionale italiana, tranne quella del 1982, il primo pensiero va comunque al 1994. Era l’anno dei mondiali di calcio negli USA. Una casualita` probabilmente, in realta` e` perche` ero appena sposato, in viaggio con mia moglie proprio in America.

Un mese passato a realizzare una sorta di “coast to coast” a modo nostro. Nulla a che vedere con la route 66 descritta da Kerouac in “On the road”, o  forse solo idealmente sulla scia di quel modello avventuroso, beat, di cui ho dato minimale cenno nel capitolo sugli anni 70. Ah, e ho poi chiuso l’altro post, il capitolo sugli eighties proprio “zompando a pie` pari” nel 1994.  Giusto probabilmente a questo punto ripartire da qui.

L’arrivo negli USA di quel fine Giugno rovente del 1994, le file chilometriche alla dogana, dati i mondiali ancor piu` problematiche e affollate del solito. Poi, l’immediata trasvolata verso la citta` degli angeli, da Washington DC, quasi piu` lunga del volo dall’Italia agli States e i bagagli persi, recapitati a Los Angeles fortunatamente il giorno dopo.

All’epoca fumavo, appena giunto a LA dopo 20 e piu` ore trascorse in zone “smoking free”, rammento l’accendermi fuori dall’aereporto in California, la sigaretta, in un’afa insostenibile e uno smog da tagliare col coltello, e l’immediato arrivo del solerte funzionario sbucato dal nulla a dirmi: “Sorry Sir, smoking is forbidden in this area”. Welcome to the US, dunque.

Per noi della vecchia Italia dove ancora si fumava ovunque non poterlo fare neanche all’aperto suono` come esser stati catapultati su Marte. Paese di grandi contraddizioni l’America, almeno ai miei occhi. Detto della coltre di smog che poteva trasmetterti il cancro per direttissima e molto prima della mia cicca, ti poteva capitare di assistere a campagne di vario tipo, in un paese gia` ”Health conscious” , come ad esempio vedere espressi  suggerimenti alla popolazione riguardo all’igiene orale, su giganteschi billboard, cartelloni stradali con la scritta “Don’t forget to brush your teeth” (non dimenticare di lavarti i denti), oppure comprare uova recanti sulla confezione la scritta “cholesterol free” (e che gli date da mangiare alle galline?).  Incredibile e divertente per me in quel momento.  

Il mio viaggio era organizzato in modo non intenzionalmente alternativo rispetto ai mondiali pero` per uno strano scherzo del destino quando la squadra italica giocava ad ovest, io mi trovavo ad est e viceversa.

Il girone rocambolesco nel quale gli italiani passarono per differenza reti, terminato con tutte le squadre (Irlanda, Norvegia e Messico) a pari punti (4) gli azzurri lo giocarono a Washington e New York, mentre io ero ad Ovest. La finale con il Brasile venne giocata a Pasadena quando io ormai ero a New York.

A LA manco a dirlo, mi ritrovai a parlare di calcio e scommettere, sfottermi con i  dipendenti messicani dell’albergo, identificato immediatamente come italiano e dati i “tip” elargiti interlocutore privilegiato sul soccer, disciplina di cui i messicani pensavano i gringos, gli yankee, non capissero nulla. Come dargli torto?

Era L’italia dell”Arrigo imbottita di milanisti per la quale la mia simpatia era prossima allo zero. L’unico ad accendere la fantasia, quando finalmente si sveglio`, Roby Baggio. Dalla partita con la Nigeria, uno squadrone che ci sovrastava fisicamente, a quelle temperature assurde. Si giocava spesso in orari come mezzogiorno o le tredici  a trenta e piu`gradi all’ombra per ragioni televisive e accomodare i vari fusi orari e  con le aquile africane eravamo sotto di un goal. Ci penso` lui, il divin codino, sino ad allora discusso per le prestazioni non di livello.

Roberto Baggio ci porto` in finale attraverso una serie di goal e belle partite. Che comunque non mancai di vedere in televisione, in albergo o nei bar prima di Los Angeles e poi di San Francisco.

La squadra azzurra ci arrivo`anche grazie al “cul de sac” (no non e` francese e` il fondoschiena fortunato dell’Arrigo), ad esempio graziati con la Spagna dopo il misfatto di Tassotti ai danni di Luis Enrique, un colpo in faccia a tradimento da vigliacco assoluto.

La finale la vidi in un ristorante di New York a pranzo, a Little Italy, gestito da sedicenti italiani e con i camerieri magrebini che tifavano brasile a dispetto della clientela  di  americani ed italiani che parteggiavano per gli azzurri. Un quartiere gia` allora ridotto ad una sola strada circondata da un’altra delle tante Chinatown del mondo.

 Situazione comunque divertente e surreale per un tifoso blando come me. Una partita bruttina giocata al rallentatore dato l’orario e il caldo, persa ai rigori. Ah e cibo pessimo direi.

 C’era col Brasile ma non mise piede in campo, un ragazzino di cui si diceva un gran bene, tale Luis Nazario da Lima. Assistemmo invece al pianto di gioia di “lacrima” Bebeto, compagno di reparto di Romario.

Di quel mese ho piu` piacevoli ricordi che non questi legati al calcio, come ad esempio il suggestivo viaggio in macchina da LA a San Francisco sulla Freeway one, 10 ore attraversando paesaggi bellissimi e costeggiando il Pacifico, le cheese pie mangiate sul Pier39 (cacchio se fa freddo a fine Giugno sulla costa dei barbari). Oppure, la musica Jazz ancestrale al Presevation Hall di New Orleans, ascoltando musicisti neri di eta` impredicibile, o le colazioni a base di Bigne` al Caffe Du Monde e le passeggiate per Bourbon street dove nelle calde e umide serate i cocktail offerti per strada da belle ragazze in abiti succinti diventavano sempre piu` alcolici con il passare delle ore. La Big Easy ben prima della alluvione.

Non so, durante i nineties di viaggi ne ho fatti molti altri, per vacanza o per lavoro e sono successe tante cose, magari riavvolgendo il nastro e ripartendo dal 1990 ne posso parlare, vediamo:

Il 3 ottobre 1990, ad esempio, veniva sancita la riunificazione tedesca. Il crollo del comunismo reale per far un po’ di cronaca, comporto` non pochi scossoni e sanguinose guerre come quelle dei Balcani. Da qualche mese avevamo assistito anche  alla prima Guerra del golfo e per me che cominciavo un percorso di lavoro solido, proprio con un’azienda americana che sino a poco tempo prima produceva roba per la difesa USA, vedersi innalzare le misure di sicurezza per il rischio attentati sembro` assurdo. I miei colleghi a stelle e strisce nel frattempo, mi sembrava di vederli levitare, galleggiare nell’aria per l’orgoglio patrio dopo i primi bombardamenti in Iraq.

Ah gia`, nel 1990 c’e` anche il mondiale Italiano, quello degli occhi strabuzzati di Schillaci e della papera con l’Argentina di Zenga, il deltaplano come soprannominato da Brera. Uno dei portieri piu` imperfetti e di talento e per questo amatissimo dal popolo nerazzurro. Come magrissima consolazione, il mondiale lo vinsero poi i tedeschi che schieravano Lothar e Andy Bhreme, autore del goal decisivo sul rigore inesistente concesso alla Germania nella finale con L’argentina. Notti magiche, boh.

Passando per un tentativo di golpe in Russia nel 1991, fallito si ma fara` uscire di scena Gorbacev a beneficio di Eltsin (e questo lo appresi dalla BBC perche` ero in Scozia), non si puo` non parlare di quanto accadde in Italia nel 1992. Si, l’anno di Tangentopoli e dell’inchiesta Mani pulite, quella che scoperchio` un sistema di corruzione ai vertici economici e politici del paese e pose fine alla prima repubblica. Come e` andata dopo lo sappiamo, le “discese in campo” ed il malcostume, i frizzi e lazzi, le cene eleganti, sino alla prospettiva di fallimento del paese dei giorni nostri.

Il 1992 e` anche quello delle stragi di mafia, delle esecuzioni di Falcone e Borsellino e dei sospettati accordi dello stato con la criminalita` organizzata.Ricordo benissimo dove mi trovavo quando appresi dell’omicidio di Paolo Borsellino, della strage di Via D’amelio. Ero con degli amici di ritorno da un weekend in montagna, molto bello e per la strada ci fermammo in un bar per prendere un caffe`. La televisione accesa, trasmetteva proprio la notizia dell’attentato sotto casa sua. Tra noi calo` un silenzio spettrale, per tutto il viaggio di ritorno non parlammo, ognuno probabilmente perso nelle sue riflessioni. Anche se la vita poi, l’indomani, la nostra vita di di piccoli insignificanti ingranaggi in un meccanismo cosi’ piu` grande continuo`, quasi come se non fosse successo nulla. Ma, era successo, eccome.

Clinton nel frattempo successe a George H W Bush e sino alla faccenda Lewinski direi che fece o tento’ di fare cose importanti, come facilitare le trattative tra israeliani e palestinesi. Una cosa notevole degli americani che i detrattori a tutti i costi non riconosceranno mai e` la capacita’ di mettere con le spalle al muro i loro potenti e fargli ammettere e spesso pagare per le loro responsabilita’. Nel paese dell’impunita’ totale, invece di guardare a cose inapplicabili e esempi negativi che ci vengono dagli USA, perche’ non prendere spunto da quanto di valore? Boh forse sto nuovamente tirando mele ai porci, andiamo avanti che nel 1992 Sarajevo venne bombardata, passiamo ad altro.

Allegerendo un attimo, In campionato fu  il nostro decennio “recente” peggiore, e assistemmo al duopolio tristemente famoso biancorossonero che si sparti` la torta (8 scudetti su dieci con eccezioni fatte per quello del centenario laziale che chiuse il decennio e inizio` il nuovo millennio, e verra` seguito da quello giallorosso da “anno santo”. Altra eccezione e`lo scudetto che apre gli anni 90 targato Sampdoria di Vialli e Mancini.

In questi anni L”inter e` comunque una discreta squadra e qualche soddisfazione arriva in Europa, 3 coppe Uefa piu` una finale persa dall’improbabile Hodgson, quello che ha avallato la cessione di Roberto Carlos perche `non marcava per far giocare Pistone. Tutto questo all’interno di un certo predominio continentale delle italiane se aggiungiamo purtroppo le Champions vinte da Milan e Juve e varie finali (perse, gaudio magno) giocate da queste due squadre, nonche` il fatto che due delle nostre Uefa si son vinte contro Roma e Lazio. L’altra contro il Salisburgo e` particolare, quell’anno lo ricordo bene perche` in campionato abbiamo rischiato la retrocessione. E venne dunque l’ora che Pellegrini passasse la mano.

Il 25 febbraio 1995 Massimo Moratti, invocato come Salvatore della patria da parte di tutta la tifoseria rilevo` la società, che era stata del padre Angelo dal 1955 al 1968 per il ciclo piu` vincente della sua storia. Il primo trofeo, e dovremo aspettare assai per vederne un secondo di Moratti Massimo, e` la coppa Uefa del 1998, anno famoso per vari misfatti perpetrati in campionato con l’ultimo atto a Torino, Il famigerato rigore non concesso per fallo di Iuliano su Ronaldo da tale Ceccarini di cui si son perse le tracce. Intanto a A Kyoto viene firmato l’omonimo protocollo sull’ambiente e sull’effetto serra, seppure i maggiori inquinatori del pianeta se ne fregarono e imperterriti continuarono.

Lasciatemelo dire, comunque le 4 finali di cui tre vinte in Uefa, sono il segno di un’aurea mediocritas, di un primeggiare trai secondi mentre altri si giocavano le coppa con le grandi orecchie, concedetemelo. Certo, se pure le volte che puoi vincere, gia` rare, ti gabbano…non aiuta.

Ci son altre cose importanti come Mandela che vince le elezioni in Sudafrica e una pietra tombale messa sull’apartheid, L’IRA in Irlanda annuncia il cessate il fuoco.

Su tutto, negli anni 90 a farla da padrone e’ il progresso tecnologico, l’affermazione dei computer cambiera’ definitivamente il mondo e il nostro modo di vivere. Colossi del settore come IBM, Microsoft, Apple e i loro prodotti sovvertono letteralmente l’ordine delle cose. Oggetti di patrimonio comune come la macchina da scrivere, le musicassette, vanno nel dimenticatoio. Sono gli anni della playstation della Sony e del Tamagotchi. E’ in quel periodo che Internet assume una dimensione fondamentale nelle nostre vite, nasce anche il piu’ famoso motore di ricerca, Google. Per non parlare dell’affermazione dei telefoni cellulari, oggi nessuno di noi potrebbe pensare di farne a meno. Addio vecchi gettoni e cabine telefoniche.

Nella musica si impone il British Pop con gruppi come gli Oasis e i Blur. Sharon Stone in Basic Instinct decidera` di turbare le nostre flebili esistenze con l’accavallamento di gambe piu` famoso della storia del cinema.

E` il decennio delle  serie Tv quali “Friends” per dirne una, che tanto influiranno nella formazione e nello stile di vita delle giovani generazioni. In Italia la Tv spazzatura con programmi come “non e` la Rai” e tutto il pattume Mediaset della televisione generalista impazzano.

Per tornare al calcio, sono gli anni in cui lo spettatore comincia a formarsi una opinione diretta di quello che succede e le immagini soppiantano definitivamente il sonoro e la radio. Si afferma la televisione satellitare in Italia, con due provider, Tele + e Stream (poi diventate Sky dopo una fusione per acquisizione). L’offerta televisiva calcistica diventa praticamente senza limiti per la gioia dei malati come me. Da allora in poi siamo tutti in grado di disquisire sui fatti e su immagini sempre piu` perfette e dettagliate. Anche se ancora qualcuno sembra non accorgersene o voler rifiutare l’evidenza, il tempo che passa ed il progresso che avanza.

Le modelle come Naomi, Claudia, Linda e Cindy sono icone di bellezza irraggiungibile e modello di riferimento per le ragazze.

In questo decennio perdiamo personaggi amati,  talvolta discussi, come Kurt Kobain dei Nirvana, Ayrton Senna, Lady Diana, Fabrizio de Andre`, Frank Sinatra e Lucio Battisti, madre Teresa di Calcutta. A fine decennio morra’ il mio regista preferito, Stanley Kubrick, quando e’ alle viste l’uscita del suo nuovo film, “Eyes wide shut”, con la coppia Kidman e Cruise, dopo 12 anni dalla sua opera precedente.

Nel 1998 la Francia vince il mondiale in casa contro il Brasile favorito e quel ragazzo brasiliano col cranio rasato, Luis Nazario del 1994 adesso gioca nell’Inter (lo abbiamo gia` menzionato) e fa meraviglie, e’ il giocatore di punta dei Carioca. Ronaldo sta male in quel mondiale 1998, decidono per far contenti gli sponsor e le televisioni di rimpinzarlo di medicinali e buttarlo in campo comunque per la finale. Quello che accadra’ dopo, il suo calvario ed il suo cambiamento come calciatore e come uomo parte secondo me da li. Comunque quell’annata con la maglia dell’Inter di Ronaldo e’ indimenticabile, gli ho visto fare delle cose incredibili, irripetibili.

Nel 1999 l’unione europea vara l’Euro, la moneta unica ancora non in forma contante, quello arrivera` nel 2001. E nasce il movimento no global, segnali di scricchiolio del sistema dalla base, del disagio sociale a dimensione internazionale.  Nel frattempo da noi cominciano ad intensificarsi gli sbarchi dal Nord Africa e da Est, arrivano (per la nostra gioia, se mi passate un eufemismo) gli albanesi.

Noi, tutti, troppo intenti a portar avanti le nostre vite, probabilmente con un livello di attenzione molto basso per gli interessi della collettivita`, a soppesare male certi eventi, pensando come sempre molto ai “casi” nostri, o forse credendo che le cose si sarebbero normalizzate da sole…E invece no.

Gli anni 90 son plastica e nuvole per la nostra societa`. Per il piccolo, singolo individuo, per me, saranno sempre e prima di tutto quella torrida estate del 1994. E sbagliato? Forse si ma e` anche molto umano.

I tulipani degli anni 70 III, Jongbloed, il portiere col numero 8

JJOL

Un ruolo al contrario, quello del portiere.Uno che invece di spingersi nell’altra meta`campo per segnare ha come primo obiettivo quello di evitarli, i goal degli avversari. Una posizione occupata da pazzi devoti al sacrificio, a farsi prendere a pallonate, con il solo vantaggio rispetto agli altri 20 dell’uso delle mani e da cui puo` dipendere facilmente l’esito di una partita. Per questi e mille altri motivi, estremamente romantico, che sa di malinconica solitudine, molto di piu` di quello de “l’ala destra”, cosi`, tanto per capirsi.

O almeno questo si poteva affermare prima del 74, prima cioe` che i portieri cambiassero pelle, divenissero a tutti gli effetti una sorta di “undicesimo giocatore di movimento”, il che mi da lo spunto per parlare di un altro olandese famoso, membro di quella squadra magica e senza corona. Questo signore cambio` tutto, come Ringo Starr dei Beatles per l’uso della batteria nel pop rock, per chi sa un po’ di musica. Anche se gli storici del calcio vi diranno della pantera nera Gyula Grosics, portiere della grande Ungheria di Puskas che pare avesse uno stile simile…anni 50, chi se ne ricorda?

Dicono che con i piedi Jan Jongbloed fosse piu` bravo che con le mani. Beh, per il “calcio totale” era esattamente quello che ci voleva.

 A dire il vero, ora che ci penso, in quel “maledetto” meraviglioso mondiale, spartiacque tra “il calcio medievale” giocato sino ad allora e quello moderno, i portieri affascinanti, per me che ho avuto sempre una predilezione per loro, pullulavano. Tomaszewski, che per coincidenza anche lui di nome fa Jan, gigante della Polonia e pararigori, famoso per non bloccarne una ma prediligere le uscite di pugno nonche` per il laccetto da figlio dei fiori che usava per tenersi I capelli, a mo’ di frontino. Un Hippy al servizio del Calcio, verrebbe da dire.

 Poi, Jurgen Croy, quello della Germania est, la DDR, una saracinesca trai pali.

Si lo concedo, anche Sepp Maier della odiata Germania Ovest era un grande. Con un “certo qual gusto” per lo spettacolo, per l’intervento plateale a beneficio dei fotografi, un artista del tuffo plastico.

E che dire di Francillon, portiere di Haiti totalmente disarticolato e naïf, cosi` spericolato e coraggioso?

Me ne scordo sicuramente altri e non cito gli italiani…

Ma lui, Jongbloed, un proiettile in maglia gialla che passava la maggior parte del tempo a stare alto, ad anticipare agendo da libero ben fuori dall’area di rigore, di testa se necessario e in tuffo, oppure a scambiare con i compagni con quei piedi da centrocampista, tutta un’altra cosa.

 Un Iconoclasta al servizio di Michels, che lo volle in nazionale nel 74 proprio per queste sue abilita`, con buona pace di Van beveren e Schrijvers.Serviva uno che supplisse al ruolo di libero, solo nominalmente occupato da Haan che era tutt’altro.

Gli altri olandesi erano nel giro di club ben piu` blasonati. Non certo il DWS (Amsterdamsche Football Club Door Wilskracht Sterk) dove militiva Jongbloed. Una piccola squadra di Amsterdam, per la cronaca dai colori sociali nerazzurri. “I forti per volonta`”, questo significa il nome del team dove perlatro in epoche piu` recenti transito` Ruud Gullit, a meta` anni 70.

 Jan da ragazzo veniva spesso impiegato in porta, seppur non disdegnasse altri ruoli. Di qui probabilmente l’abilita`coi piedi e l’attitudine a partecipare al gioco. Con la DWS aveva un contratto da semi-professionista. Molto meglio la sicurezza della tabaccheria di famiglia. Non e` leggenda il fatto che fosse un tabaccaio e neppure che fosse appassionato piu` che di calcio di pesca, tanto da partire per la Germania nel 1974 con una valigia piena di canne, esche e mulinelli (ecco semmai questo e` meno verificabile, la presenza di questa roba nel bagaglio).

A quei tempi in Olanda nel calcio tutto stava cambiando, rapidamente, diventando una cosa talmente seria da garantire ingaggi da professionisti, compreso per Jongbloed che poi cambiera` varie maglie, senza pero` seguire l’ondata di emigrazione verso i soldi europei o nordamericani di altri Orange.

In nazionale vi era gia` stato, una sola presenza nel 1962.Vi torno` per i mondiali del 74, quando aveva gia` passato abbondantemente la trentina. Pare che lo stesso Cruijff ne abbia caldeggiato la convocazione, a 12 anni dall’ultima volta, la sua unica apparizione sino ad allora contro la Danimarca, dove prese goal appena subentrato in campo.

Nato nel 1940, pochi mesi dopo l’occupazione lampo da parte della Germania nazista, “vagiti” sotto il terzo reich e nonostante una strenua resistenza dei fiamminghi. Nel 1974 per lui come per altri compagni di squadra il ricordo di quanto successo, delle angherie subite dai famigliari, talvolta fratelli o genitori, era ancora fresco. Il mondiale e successivamente la possibilita` di battere i tedeschi in finale suono` per gli olandesi come una sorta di opportunita`di rivincita. Riguardo all’idea specifica di Jan in materia non ne sappiamo molto ma possiamo dedurla, seppure lui sia sempre stato meno intellegibile, un po’ coperto dalla personalita` e carisma di alcuni suoi compagni, il Profeta del goal tanto per dirne uno a caso. Non si fa` fatica a riconoscerlo come una persona con idee molto di sinistra, Marxiste oserei dire, ma questo forse interessa meno, oppure no.

Non pensava di fare il titolare ma Il giorno dell’esordio contro l’Uruguay lo sara` e non uscira` piu` dal campo.  Arrivera` in finale dopo aver subito soltanto un gol. Per dirla tutta un autogoal, di Ruud Krol.

Come e` andata a finire lo sapete, con i tedeschi intendo. La Squadra piu` bella di tutti i tempi non ha vinto.

Jan era portiere all’epoca stilisticamente e esteticamente discutibile. Sgraziato, talvolta lo vedevi parare senza l’utilizzo dei guanti che pare odiasse perche` secondo lui toglievano sensibilita`ed indossare delle strane ginocchiere. Per l’epoca improbabile, per oggi modernissimo perche` il suo modo di stare in porta ha ispirato allenatori e generazioni di portieri, sino ad arrivare ai recenti Julio Cesar e Neuer, per fare degli esempi. Se volete gli attuali numeri uno son quasi tutti figli suoi.

Peculiare persino il suo numero 8, con cui tutti noi lo ricordiamo e che colpi` per stranezza l’immaginario collettivo. In realta` gli Orange nel 74 applicarono un ordine alfabetico, tranne che per sua maesta` Crujiff  che fu l’unico a poter scegliere il numero,il 14. E cosi al nostro amico tocco`l’8. Agli olandesi innovatori e maestri di adattabilita`,questa stranezza, un portiere con quel numero, non scuci` un baffo.

Noi invece su quella spiaggia di Rimini per le vacanze, ragazzini, tra Giugno e Luglio del 74, scimmiottavamo i giocatori mondiali non senza una punta di esterofilia.Guardavamo ammirati e tentavamo di replicare  le gesta di  quei personaggi cosi` affascinanti ed originali, non convenzionali e fantastici per chi aveva poche coordinate se non quelle di un paese l’Italia, lacerato dalla lotta di classe ed in piena recessione, in cui l’informazione fluiva a tentoni.

Forse in quei giorni grazie al calcio, veicolo di cambiamenti culturali e specchio sociale, abbiamo inconsapevolmente scelto da che parte stare, per chi parteggiare. Per quell’idea di ’innovazione e progresso, quel disegno incredibile di collettivo e dell’equalgianza, anche sociale che poi non siamo riusciti a realizzare, a catturare.

Ci abbiamo provato, forse debolmente, a cambiare le cose quando e` stato il nostro turno, restando impastoiati, avviluppati e poi fagocitati dal meccanismo, dall’ingranaggio.Quello solito.

“Almeno e` stato bello sognare”, e quell’Olanda che non ha mai vinto ci assomiglia, per questo la amiamo tanto, ha il gusto dell’incompiuto e della squisita utopia, come quello della nostra pensata e mai realizzata rivoluzione.”  

La storia in nazionale di Jongbloed che poi e` la piu` importante della sua carriera calcistica, continuera`. Nel 78, epurato dopo alcune prestazioni non convincenti e relegato al rango di secondo portiere, rientra in campo contro l”italia a seguito di uno scontro fortuito del titolare (Schrijvers,) con il compagno di squadra Brandts. Giochera` quindi e perdera` la seconda finale mondiale della sua carriera contro l’Argentina in un clima cupissimo. A 38 anni suonati.

Nell’82 e` tutto finito e gli Orange ai mondiali non ci arrivano.

Loro, forse e` stato un bene che non abbiano trionfato.Cosi`si son Sgombrati dal peso del dover vincere sempre,che poi dice qualcuno “e` l’unica cosa che conta”…Ma forse, penso io, solo chi non si preoccupa della vittoria a tutti i costi puo` dedicarsi alla bellezza,alla coltivazione del sogno e pensare da “pesce piccolo in un acquario grande” che dia margini di crescita e sufficiente mangime, sostentamento per poter crescere e evolversi. Certo, accettando il rischio che un pesce piu` grosso ti mangi.

Magari questo e`  quello che e` accaduto a loro e a un certo punto a noi, alla mia generazione e allora siamo tornati alle cose semplici e sicure, come il lavoro di Jan in tabaccheria, perche` la vita ci ha riservato amarezza vera, molto piu` del sapore di quella grande sconfitta che ci ha resi, noi e loro, per sempre, dei fieri “perdenti di successo”. Per Jan, e` stato il figlio Erik, a sua volta portiere che morra` colpito da un fulmine durante una partita con la vecchia DWS a 21 anni. E poi l’infarto che a 44 anni quando ancora gioca mettera` fine alla sua carriera calcistica.

Ma, non alla sua vita o ad aver fatto parte di quel grande sogno a occhi aperti.

C’era una volta il calcio in punta di indice

olanda

                           

                         Questa la debbo raccontare. Era da un po’ che mi frullava nella testa di scrivere un post sul Subbuteo, per la mia generazione un mito, e come recitava lo slogan della pubblicita` “la miglior riproduzione da tavolo del gioco piu` amato del mondo” (o qualcosa di simile).

 Ne serbo carissimi ricordi. Stimolato anche dalle citazioni di qualche amico di vecchissima data, come faccio di solito ho cominciato il mio lavoro di ricerca per fornirne un po’ di storia ed incrociarla con i “miei ricordi privilegiati” di bambino fortunato e invidiato da molti coetanei. Perche` ne possedevo uno (e non costava esattamente poco), per non parlare delle due decine di squadre in scala che annoveravo nella mia collezione privata. Qualcosa ancora si trova in qualche cartone nello scantinato della mia casa materna.

Raccolgo quindi il materiale, in rete se ne trova parecchio e comincio il mio solito lavoro di “ripulitura” di tutte le informazioni; francamente, un’opera un po’ “pallosa” che solo un pignolo con la mania del dettaglio, affetto da “micromanagement” come me potrebbe sopportare e comincio a collegare ai dati storici i miei ricordi.

E scrivo, scrivo, una roba chilometrica e voluminosa… Sempre con quella sensazione che qualcosa che non vada, che stia venendo una “ciofeca” di articolo. Ma, non saprei esattamente cosa, siamo su un piano istintivo, per cosi` dire.

 E ci metto una vita, lascio quest’opera a sedimentare nella speranza che riletta a mente fredda migliori, come a volte mi accade.

Neanche per idea, “taglia qui aggiusta la, questo aspetto e`  bene trattarlo qui quest’altra cosa la piazzo di qua che mi suona meglio”. Neanche il sarto di Panama (cit.).

Non migliora di un grammo, non c’e` niente da fare. Lascio li il malloppo per un altro paio di settimane, mica posso buttare via un lavoraccio immane del genere, ormai  di oltre un mese al quale mancano ancora solo pochi dettagli per arrivare a pubblicarlo sul mio blog.

 Ecco che finalmente si apre una finestra nella quale non c’e` L’inter di mezzo, o un editoriale di quelli che scrivo quando mi viene il prurito alle mani, alla tastiera, quando osservo cose sulle quali non posso mancare di tirar qualche randellata in giro.

Vado per aprire il file word dell’articolo e…Niente! Dice che il file e` corrotto! Tutto perso, non trovo modo di recuperarlo. “Bill Gates che tu sia maledetto sino alla decima prossima generazione con affini parenti e consanguinei!”. Questa e` la cosa piu` carina che ho pensato sul momento, per il resto censura…

Poi pero`, subito dopo, ho riflettuto sul fatto che forse era  meglio cosi`. Ecco cosa non andava, quello che avevo scritto non mi piaceva, non mi corrispondeva dal punto di vista emozionale, che poi e` la cosa che conta quando uno vuole lasciare una testimonianza di qualcosa, il sentimento e la nostalgia di un’epoca cosi` che quasi si possa toccare, diventi proprio tangibile. Era un post ben fatto, con dovizia di documentazione e particolari, ma freddo, asettico e noioso.

Bene cosi` dunque e ricominciamo cercando di far meglio, approfittando di quella che suona come un’opportunita`per riprovarci.

Non c’e` tema di sbagliarsi,  il Subbuteo come molti altri giochi e sport viene inventato in Inghilterra e viene  messo in commercio come prima edizione nel 1947.

E` una creazione di Peter Adolph che lo fabbricava inizialmente nel Kent. I primi esemplari venivano venduti per posta o in particolari fiere per la gioventu`. Si trattava di Kit molto semplici, anche dovuto al fatto della carenza di materie prime nell’immediato dopoguerra. In una piccola scatola delle dimensioni di quelle che in seguito ospiteranno le riproduzioni dei team, a partire dagli anni settanta, erano contenuti le basi basculanti e le figurine dei calciatori, all’epoca da ritagliare e piazzare per l’appunto sulle suddette basi, il che metteva a rischio la qualita` dei calciatori che si andavano a realizzare. Un fatto di precisione nel tagliare e particolare non indifferente quello di pregiudicare eventualmente il bilanciamento complessivo del giocatore in miniatura.

Il nome Subbuteo deriva dalla passione ornitologica di Adolph e dalla possibilita`  potenziale di realizzare un gioco di parole in inglese. Infatti Subbuteo e` il nome  di una specie di Falco (falco subbuteo), comunemente conosciuto come “Hobby”. Adolph non pote` registrar il marchio con il nome di Hobby perche` gia` in uso e ripiego` su quello scientifico.

Non c’era il famoso campo da gioco, il mitico panno verde. Venivano forniti dei gessetti per disegnare le linee su una coperta (consigliate quelle militari che nel dopoguerra grosso modo tutte le famiglie britanniche si trovavano in casa.)

Quello che colpisce e` il genio imprenditoriale di Adolph che gia` allora aveva compreso il valore di creare una comunita` intorno alla sua creatura. Invitava i suoi clienti a scrivergli per fornire riscontri nell’ottica di migliorare il gioco, cosa che non tardo` a fare apportando costanti e sistematiche modifiche.

Adolph si rese ben presto conto di possedere un‘ idea vincente, sbaraglio` velocemente il campo dai competitori che pure erano presenti sul mercato inglese sin dagli anni 20. La differenza sostanziale stava nel perfetto bilanciamento dei suoi calciatori in miniatura e dall’idea della base basculante che permetteva alle miniature di simulare alla perfezione, in punta di indice, i movimenti e le sterzate dei giocatori reali. Un salto quantico rispetto ai precedessori e rivali che presentavano basi piatte.

Quelle mitiche basi  furono inizialmente realizzate con dei bottoni comprati da  Woolworths, aggiungendo un piccolo spessore “a pendolo” per bilanciarne il peso.

Senza starsi a dilungare le modifiche e le integrazioni si sprecarono, dalla introduzione di players in cartone pressato gia` tagliati, sino ai primi esempi di figurina tridimensionale, che veniva dipinta a mano (e lo sara` per lungo tempo) dale “amabili” massaie del Kent.

E la gamma degli accessori crescera` in modo incredibile: staccionate, gradinate e tribune, riflettori e la collezione di squadre disponibili per l’acquisto.

Una storia tutta inglese sino quasi agli anni settanta….quando passando per i giocatori denominati in scala 00, tridimensionali ma piuttosto primitivi nella realizzazione e pittura, si passera` al formato piu` amato di tutti i tempi, quello che ho conosciuto io: L’heavyweight, in una fase in cui ancora i giocatori venivano assemblati a mano e dipinti a mano.

Il mondiale di calcio del 66 gioco` un ruolo fondamentale nella diffusione nel mondo del Subbuteo, per la prima volta vennero presentati team (nazionali) di altri paesi e successivamente una gamma di squadre di club famose ed importanti, come il real Madrid, l’Inter, Il Milan etc…la produzione di questo periodo venne denominata non a caso Continental.

Il mio ricordo personale parte dall’epoca d’oro del Subbuteo, meta` anni settanta e si estende sino alla fine degli anni 80.

Come accennavo inizialmente, faccio parte di quella coorte fortunata di bimbi (e adolescenti)  borghesi che ha posseduto un Subbuteo. Gioco invidiato da molti amichetti del tempo, che spesso radunavo in casa per tornei ad eliminazione. Naturalmente vincevo sempre io che mi potevo allenare e creavo delle personali regole del gioco, tutte a mio vantaggio. Un po’ come nei pomeriggi di quartiere quando sei quello che porta il pallone e quindi hai il privilegio di fare la squadra e “piacendoti di vincere facile” metti i migliori nella tua e gli altri ci stanno “obtorto collo”, pur di giocare.

Prestavo anche alcune squadre in miniatura di mia proprieta` a chi non ne possedeva, quelle a cui non tenevo, ce n’erano un paio che non permettevo a nessuno di toccare.

Ma andiamo con ordine. Mi ricordo benissimo quando tutto euforico con i miei soldini appena usciti dal salvadanaio l’ho acquistato, in un negozio che mi ha visto passar davanti alla sua vetrina ad ammirare l’esposizione trionfante di Subbuteo chissa` quante volte, con i miei avidi occhietti sgranati e le manine rapaci a lasciar l’impronta sul vetro.

Il mio era il modello base che presentava in pratica il panno, le porte, un pallone e due non meglio riconoscibili squadre, una in maglia rossa e una in maglia blu.  Il primo problema da risolvere era dove fissare il campo. Veniva consigliato nella confezione di acquistare un pannello di legno, panforte truciolato (un tipo di compensato, piu` o meno) ideale da usare come supporto per il panno verde.

Vicino a casa mia c’era un negozio che vendeva utensili e materiale da falegnameria, di proprieta` del padre di un mio amico. Era un omone bonario con il perenne toscano in bocca e le bretelle, sempre affacciato sull’uscio del negozio a fumare placidamente e guardare quel minimo di passeggio nella strada antistante il suo esercizio. Sorrise nel vedermi arrivare con la mia scatola e non mi fece neanche parlare, intuendo cosa mi servisse. Ovviamente, Il figlio aveva a sua volta un Subbuteo.

Tornai a casa trasportando questa tavola di legno grande due volte me e mi misi all’opera. Il panno venne fissato (con delle puntine) in modo tale che rimanesse sulla tavola e potessi riporre il tutto dietro la porta della mia camera quando non in uso, risolvendo il problema dell’ingombro. A dire il vero, nonostante io piazzassi per giocare quell’oggetto infernale sul pavimento, non disponendo come altri super privilegiati di un tavolo, erano piu` le volte che esso rimaneva direttamente per terra di quante lo rimettessi a posto, tale e frequente ne era l’utilizzo. La mia passione per tattiche, moduli e schieramenti risale a quel periodo, quando riproducevo gli schemi  famosi di ogni epoca sul mio Subbuteo: il WM, il metodo ungherese con centravanti di manovra, il Vianema, etc. Un divertimento nel divertimento.

Nel tempo il mio gioco si arricchi` di molti gadget, le classiche staccionate verdi, i palloni divennero piu` professionali e il numero delle squadre acquistate crebbe. Mi ricordo della prima, abbastanza inconcepibile, perche` uno avrebbe pensato all’Inter o a uno dei grandi club internazionali, oppure a una nazionale famosa.

Invece no, fu  Haiti, per un aspetto di fascinazione cromatica e per la rarita` della riproduzione, infatti in paese ne era arrivata in pratica solo una che sottrassi ad un mio amico che voleva a sua volta comprarla. I giocatori erano neri di pelle, le maglie rosse con i pantaloncini neri. Molto belli.

Ma quello che mi mandava letteralmente in sollucchero era il portiere, che subito ribattezzai come quello della partita Italia-Haiti ai mondiali del 74, Francillon, una specie di gatto che seppure in modo non ortodosso paro` quasi tutto, tanto che a un certo punto quell’italia al tramonto perdeva uno a zero.

La partita fini` poi 3-1 per gli azzurri ma l’innamoramento si ormai si era compiuto. Ho sempre avuto un amore sconfinato per i portieri, un ruolo al contrario, infatti si dice che sia per i pazzi, in un gioco di movimento che prevede l’uso dei piedi  l’unico statico che puo` usare le mani e deve evitare i goal come scopo principale invece di segnarli.

La scambiai poi, si perche` esisteva un mercato o un baratto tra gli appassionati, proprio con lo stesso amico a cui l’avevo soffiata da sotto il naso per un’altra squadra molto bella e mitica del mondiale 74, la Polonia (di cui ho  scritto in passato).

Andando oltre, la mia mania di replicare le formazioni delle grandi squadre si spingeva anche ai giocatori di movimento e nell’andare ad assegnare i numeri, con quei minuscoli adesivi, una cosa da orefice di precisione.

Non vi dico i test di bilanciamento che feci  ai giocatori in miniatura dell’Olanda per identificare il Profeta del goal ed assegnare il relativo numero. Scatti, sterzate, tiri da tutte le posizioni e calci piazzati, ci potevano volere delle ore solo per appiccicare dei numeri sulle piccole schiene dei calciatori e dare un nome a ognuno di essi, e un ruolo, s’intende.

L’olanda, appunto, la mia squadra personale di Subbuteo, perfetta ed intoccabile per gli altri, imbattuta nelle partite casalinghe dei tornei, questi piu` seri di quelli tiranneggiati da me sul mio campo con gli improbabili piccoli ospiti. In questo caso si trattava di veri e propri campionati con partite di andata e ritorno a casa dell’uno o dell’altro.  La mia maglia “away” o la squadra che utilizzavo in trasferta era completamente bianca.

Esatto si, quella dell’odiatissimo Real Madrid, ma vorrei puntualizzare che aldila` del fatto cromatico, l’eleganza fantastica del tutto bianco, non era il Real Madrid ad avermi ispirato, bensi` la squadra cattiva e molto vincente del campionato inglese, il Leeds United degli anni 70 di Don Revie, quello di Lorimer e dello squalo Joe Jordan. Particolarmente adatta nella mia mentalita` alle partite da lottare, quasi da combattimento a casa d’altri.

Ne ho avute tante altre di squadre, compresa l’inter ma queste due, nessuno oltre a me poteva toccarle e sono rimaste inalterate e senza “personalizzazioni” varie, a mia unica disposizione sino a che ormai grandicello ho abbandonato il gioco per occuparmi delle cose varie che cominciano ad attrarre i ragazzi in eta` da teenager. Insomma fuori dalla porta della mia stanza e aldila` delle staccionate del mio panno verde tutto un mondo cominciava a richiamare la mia attenzione.

Le personalizzazioni, cui accennavo, molti di noi ad un certo punto presero a ridipingere a mano alcuni  particolari sui giocatori, come ad esempio aggiungere le strisce sulle maniche delle miniature per rappresentare i modelli di certe marche (come Adidas) cambiare il colore dei pantaloncini per creare un abbinamento unico e assolutamente originale, dipingere i capelli di alcuni giocatori di biondo o le facce di taluni di nero per rinforzare il realismo delle differenze di pelle o pigmentazioni varie nella tale squadra dell’epoca etc.

Non una grande genialita` perche` si andava a compromettere il design originale, quello che poteva poi rendere la tale squadra forse un giorno ricercata sul mercato dei collezionisti. Ma chi ci pensava a certe cose? Noi giocavamo e ci divertivamo un mondo.

Le miniature se avevano una caratteristica era quella di essere fragili e rompersi facilmente. E si faceva a gara a chi trovava la colla piu` resistente per una riparazione solida e quanto piu` invisibile possibile. Insomma un gioco completo, si andava dalla tattica al bricolage.

Un universo meraviglioso, non so se riesco a renderlo per coloro che non lo hanno vissuto. Oltre al mio personale allontanamento “anagrafico”, del tutto naturale, il gioco stesso ha subito il passare del tempo. L’avvento delle produzioni a carattere industriale e le conseguenti modifiche sulle miniature per consentirne la fabbricazione e pittura da macchine, i vari cambi di proprieta` sino all’ultima, l’americana Hasbro che ne ha tentato il rilancio attraverso tutta una serie di  “innovazioni” e discutibili operazioni che ne hanno minato l’essenza, hanno contribuito a renderlo ormai un prodotto molto di nicchia con un mercato nel mondo di nostalgici, appassionati e collezionisti, non piu` di massa se mai lo era stato, amato dai ragazzi di tutto il mondo.

Aggiungiamoci anche l’avvento della elettronica ed il colpo letale  sferrato da Playstation e simili, sfornano videgames con players praticamente uguali in tutto per tutto agli originali umani, movenze incluse ed il quadro del disastro e` presto fatto. Voi ce lo vedete un ragazzo nato dagli anni novanta in poi al cospetto di questo oggetto tutto manuale e originariamente fabbricato in modo artigianale?

Eppure, parte tutto dal Subbuteo e dai suoi simili anche quello che e` successo dopo con i videogames, in fatto di simulazioni di calcio questo ne e` l’antesignano.

Meritava di esser ricordato o raccontato a chi non lo ha vissuto e ricordato a chi c’era gia`, a parer mio.

22 Maggio 2010, L’epilogo

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Calcisticamente sono morto e risorto il 22 Maggio 2010.

Quel giorno, meglio quella sera, fu come se un cielo plumbeo improvvisamente si spaccasse in mille piccoli frammenti vitrei .  La densa coltre di nebbia  che ci avvolgeva si dirado` e le tenebre si schiarirono.  Il buio nero lascio` spazio ad un azzurro intenso, luminoso e vivido, come mai piu` ne avrei probabilmente visti negli anni  che mi rimanevano.

Nero ed azzuro appunto, i colori del cielo e della notte, quelli che sempre mi hanno accompagnato. Dall’inizio dei tempi o da un altro tempo cui forse sono appartenuto ed in cui certe cose sono gia` accadute o probabilmente all’infinito  negli universi si ripetono.

Ma, non ne ho memoria.

Piu` ragionevolmente, una rincorsa durata piu` di 40 anni  che trovo` la “logica”, forse eroica  conclusione  in un tripudio incredibile, vissuto peraltro con pudore,  quasi religiosamente,  nel chiuso di una stanza.

“ Il bene che alla fine trionfa”, ” E vissero  tutti felici e contenti”, “tutto e` bene cio` che finisce bene” … Scegliete voi la classica frase finale delle favole che piu` vi aggrada, perche` di quello si tratta, di una favola, oppure come direbbe qualcuno, di una romantica, ardente storia d’amore.

Chi non e` tifoso non lo capira`.

Certo e` da sempre anche un sentimento collettivo, di tanti, con i quali pero`non sarei  mai riuscito a stare e tantomeno nel tempio designato.

Il mio cuore non avrebbe retto allo stress e alle emozioni.  Anche egoismo, naturalmente,  poca voglia di condividere l’attimo ed  in osmosi le energie residue. Intendo anche  il respiro, il fiato per urlare, al lumicino dopo  una stagione memorabile, deliziosamente logorante.

Il mio io misantropo decise quindi  di accontentarsi del solito posto. Seduto davanti ad uno schermo che pero`, per una volta non sembrava tanto freddo e bidimensionale. Mi parve anzi, forse si tratto` di un miraggio, di percepire del calore e scorgere quelle onde che talvolta si vedono guardando all’orizzonte in un immensa distesa desertica e che i protagonisti prendessero nella stanza una consistenza olografica, quasi fisica, cosi` solida e materiale.

Lo stomaco chiuso da non poter ingerire uno spillo, i commenti a malapena bonfonchiati sul match verso lei  che paziente per anni  si era sorbita le mie frustrazioni primordiali, unico essere umano tollerabile e tollerante al mio fianco in quella giornata epica.

Razionalita` apparente, solo un modo per contenere l’esagitato che  altrimenti avrebbe preso il sopravvento,  Il mio personalissimo Mr Hide, il mio lato oscuro calcistico. Un modo per  stemperare l’emozione.

L’attesa si consumo` e  l’attimo ando` via bruciante, o forse no, mi pare che sia potuto durare un secolo o un millisecondo.

Difesa, attacco, posizione, tecnica, tattica, atletismo.

“Intensita`e disciplina”, il credo del generale al comando, perfettamente, chirurgicamente messo in pratica.

Gesti, rincorse, respiri ansimanti, sudore, ansia, paura, gioia, esaltazione. Tutto in una notte.

Mi sembro` ad un certo punto di osservarmi , uscito dal mio corpo terreno. La mia anima, il peso di questa inesistente,  a  guardare quelle mie spoglie mortali cariche di un sentimento che non riusciva a esprimersi, non trovava modo di sgorgare eppure era li, un urlo animelasco che mai sarei riuscito a emettere.  Un silenzio assordante, ora so cosa volevano dire con questo ossimoro.

Ce l’avevamo fatta, il nostro fato ineluttabilmente si era compiuto.

Bandiere e stendardi fluttuanti . Poi, sollevarono  il trofeo, ed io naufrago in un coacervo di sentimenti, fluttuante in una dimensione nuova e sognante. Un paradosso temporale in cui i codici e le regole non valevano, venivano riscritti e cancellati continuamente e quello che era vero una frazione di secondo fa ora non lo era piu`.  Alla deriva in questo mare di emotivita`, talvolta cullato, immediatamente poi sbatacchiato da una mareggiata spumeggiante di emozioni dal colore dello smeraldo.

La linea dell’orizzonte a dividere  il cielo azzurro della felicita` ed il mare verde della mia speranza . Non stavo piu` nella pelle ma alla fine non piansi, se non un’ unica, lacrima solitaria.

E, neanche risi se non dentro.

Una composta  catarsi, una consapevolezza che nulla sarebbe stato piu` come prima e di aver avuto il privilegio di vivere un’epoca,  un frammento di storia  irripetibile.  Un istante cosi` definitivo e saziante, appagante.

Da quel momento seppi che me ne sarebbe importato molto meno perche` quello che si bramava avere era finalmente arrivato e nulla piu`, neanche il riproporsi di un evento simile avrebbe avuto quel sapore indescrivibile. Quello di una prima volta, un piacere quasi carnale che si trasforma in pura estasi.

Si, nulla sarebbe piu` stato come prima e le crepe di un sicuro declino gia` si intravedevano ma la fiamma sempre ardente della memoria mi avrebbe riscaldato per sempre nei freddi tempi a venire, sino alla fine.

Sipario.

Il calcio oltre la Cortina di ferro, la Polonia del 1974

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Chi ha avuto la pazienza e la costanza di leggermi precedentemente avra` compreso la mia ossessione, calcistica e non, per gli anni 70. Certo, e` generazionale, sono gli anni del mio imprinting. Considero i fatti di allora, per me giovanissimo, un lungo “racconto di formazione”. Ed e` cosa stranota anche il fatto che ritenga il mondiale di calcio del 74 in Germania, lo spartiacque tra il calcio “antico” e quello moderno, il momento di affermazione di una mentalita`, di un modello fatto di calcio atletico unito a grande tecnica. Due cose che si ritenevano incompatibili sino ad allora, o sino a pochi anni prima.

Una  “catarsi”  fatta di  innovazioni tattiche e tecniche, in uno sport che se ci andiamo in fondo altrimenti dai primordi sino a noi e` cambiato pochissimo. La lezione degli olandesi di quegli anni la ritroviamo puntuale nel modo odierno di giocare e proporsi, senza fare troppa fatica. In questi 40 anni non e` mutato tanto e noi, i baby boomer, quelli nati negli anni 60 (citazione autobiografica da un precedente post) amiamo i campioni del decennio successivo come i nostri genitori amavano quelli nati nei decenni precedenti. Cruijff sta a me come Suarez stava a mio padre, per capirci.

Per noi italiani Il mondiale del 74 e` anche quello, particolare non insignificante, dell’affermazione del colore nella televisione. Si, il tv color.  Oggi e` banale e nessuno dei nati dagli anni settanta in poi pensa al fatto che prima non esistesse, che le divise delle squadre viste in bianco e nero al massimo differissero in gradazioni di grigio e talvolta diventassero quasi indistinguibili rendendo difficoltoso, impossibile capire chi apparteneva ad un team o a quello rivale.

Strano? Neanche un po’.  Provate a dire a un ragazzo nato negli anni novanta che una volta non c’erano i cellulari e che per telefonare si chiedeva al bar se avesse la “teleselezione” e si cambiassero le monete in gettoni.  Strabuzzera` gli occhi e pensera `che veniate da Marte.

I colori, e` quasi pleonatisco sottolinearlo, giocano un ruolo fondamentale. L’impatto visivo delle divise delle squadre formidabile. Come l’orange marcato adidas dei tulipani, un brand sportivo all’avanguardia a cui noi giovani anelavamo, rispetto ad un piatto azzurro piuttosto demode’ delle divise della nazionale italiana, di marca imprecisata, che sembrava fermo ad un decennio prima. Tutto ha un senso nel definire la fascinazione di un ragazzino di 11 anni.

Gli anni 70 ed il 74, sono anche ed ancora anni di contrapposizione dura trai due blocchi antagonisti, quello atlantico e quello sovietico.  Le competizioni per nazioni, le olimpiadi ma anche i campionati del mondo di calcio, l’occasione per il confronto, per prevalere, marcare la superiorita` di un’idea, di un sistema su quello della “opposta fazione”. A noi, qui sul lato ovest arrivava molto poco di quanto succedeva oltre cortina, sia le comunicazioni che i viaggi oltremodo difficoltosi.

Gli storici, o coloro che hanno avuto l’opportunita`di visitare paesi come la Polonia post seconda Guerra mondiale ed accordi di Yalta, descrivono paesaggi cupi, citta` illuminate da una fredda, flebile luce, tristi e desolate, costellate di locali privi di merci anche di prima necessita`. Talvolta vengono esposti  in vetrina vecchi, vuoti e impolverati involucri di prodotti non disponibili. Oppure ci viene narrato di file interminabili per accaparrarsi,  nel commercio regolare, quei pochi beni a disposizione, o semplicemente dopo ore in coda sentirsi dire che quello che cercavi non e` disponibile.

Invece, alla borsa nera, con pagamento in valuta pregiata (dollari) si puo` comprare praticamente di tutto. La prostituzione dilaga, una forma di sopravvivenza. Si vende il proprio corpo per procurarsi beni e moneta occidentale.

Il destino di una nazione, quello della Polonia, secolarmente tiranneggiata e saccheggiata da due scomodi, ingombranti vicini che se ne spartiscono nel tempo le spoglie ed il controllo, La Russia e la Germania. Immagino che i Polacchi abbiano sempre sperato nell’arrivo degli americani o degli inglesi a liberarli dai nazisti, ma come prevedibile arrivarono i russi e tutto quello che ne e` poi conseguito.

La vita dei potenti e` ovviamente, profondamente differente da  quella delle persone normali, costrette talvolta, in piu` famiglie alla coabitazione, a spartire l’uso dei servizi, come quelli sanitari o la cucina. Se si sta cuocendo qualcosa in una casseruola, non e` raro chiudere la pentola con catenella e lucchetto per evitare che ti venga sottratto il cibo dai coinquilini.

Gli anni di Solidanorsc, il movimento operaio per I diritti dei lavoratori, foraggiato anche con i soldi provenienti  da occidente e si dice in particolare dallo IOR,  neanche troppo lontani (1980). Nel frattempo  il paese e` in mano ad una dittatura militare filosovietica.

Gli atleti, vanto di quei paesi, sono trai pochi privilegiati a godere di un’esistenza migliore.

Comunque sia, ai mondiali in quelli del 74 abbiamo avuto l’opportunita` di ammirare questa scuola calcistica di “aldila` dal muro” che raggiunse il suo apice proprio a quei tempi.  La nazionale polacca, con le sue belle divise biancorosse.  Una sorpresa per alcuni soliti disinformati del nostro paese.

Disinformati appunto, perche` parliamo di un gruppo che nel 72 aveva vinto la medaglia d’oro olimpica e sara` di nuovo medagliato, argento nel 76. D’accordo, il calcio olimpico e` un’atra cosa, si cerca di paludarlo come le altre discipline di un’aura dilettantesca che non ha nel nome di De Coubertin. Pero` a quei tempi, molte delle nazionali schierate erano praticamente paragonabili a quelle ufficiali, soprattutto se parliamo di quelle dell’est, dove lo sport era ancora di piu` ammantato dal falso dilettantismo.

Insomma, qualche sospetto che fossimo in presenza di una grande squadra a qualcuno doveva pur sovvenire, magari perche` i nostri reduci del mondiale del 70, se li ritrovarono nel girone. Un’Italia che secondo i cronisti, imbattuta da un numero abnorme di partite pressoche` inutili, era una delle favorite. Con un un blocco di giocatori perlopiu` avviati a fine carriera, il glorioso gruppo dell’ Inter e Valcareggi, gia` allora un simpatico attempato signore in panca che si becca un gran vaffa in mondovisione da Chinaglia per una sostituzione.  Pratichiamo ancora un calcio lento e difensivo, non esattamente da grandi atleti, con marcature ad uomo, gli altri vanno a cento allora e vederli in campo vicino ai nostri rende immediatamente l’idea. Il calcio sta radicalmente cambiando e noi siamo indietro, ancorati ad un modello ormai passato di cottura. I polacchi sono di un’aggressivita` che sfiora la ferocia ed alcuni di loro sembrano Gulliver al cospetto dei lillipuziani.

la Polonia  di Gorski, che presenta  il gruppo vincitore alle precedenti olimipiadi e raggiunge il mondiale da cui mancava dal 1938. Anche se, una gran parte l’ha giocata  l’annessione al Reich tedesco nel 1939 e e la dissoluzione di un gran patrimonio calcistico. Tracce di questo retaggio si son comunque viste in Europa, per esempio Kopa fuoriclasse francese degli anni 50, al secolo Raymond Kopazewski.

Arrivano a Germania 74 attraverso epiche partite di qualificazione, in particolare contro l’Inghilterra. Ritmi altissimi, dei giganti impressionanti come coppia centrale difensiva, Zmuda e Gorgon, due centometristi con gran tecninca alle ali, Lato e Gadocha, un armadio come centravanti (Szarmach), il portiere acrobata e pararigori Tomaszewski.

La Polonia chiudera` terza, sconfitta 1-0 sotto il diluvio di Francoforte dalla Germania Ovest, solito goal di Gerd Muller di rapina. Nella finalina regolera` il Brasile, 1-0 goal di Lato.

Come ogni grande squadra che si rispetti, L’orchestra polacca e` diretta da un fuoriclasse, Kazimierz Deyna, “mister class”, uno dei giocatori piu` eleganti e belli da vedere della storia del calcio. Due piedi uguali, agile, dotato di una personalita` fortissima che lo rende un catalizzatore del gioco dalla grande visione.  Regista ma anche finalizzatore, se ne accorgera` proprio la pallida, vetusta Italia del 74 (suo uno dei goal che chiude i conti e ci “rispedisce al mittente”).

Nato vicino alla tristemente nota Danzica nel 1947, trascorre la miglior parte della sua carriera nelle file del Legia Varsavia, uno dei club dell’esercito ed il principale della capitale. La sua militanza gli vale lo status di ufficiale, che pero` gli impedira` per le stringenti regole sull’espatrio di emigrare all’estero sino al compimento dei 30 anni. Terzo classificato dietro a beckembauer e Cruijff nella classifica dei migliori giocatori nel mondiale 74, non potra` rispondere alla corte dei club piu` importanti, come il Real Madrid.

Superfluo dire che con lui il Legia domina i campionati polacchi, merita invece menzione la semifinale della Coppa dei Campioni 1969/70 dove viene eliminato dai futuri vincitori del Feyenoord Rotterdam.

In Nazionale oltre al gia` citato mondiale Tedesco il titolo olimpico nel 72 (doppietta di Deyna decisiva nella finale con l’Ungheria e capocannoniere con 9 reti), argento olimpico nel 76.  10 anni , con 97 presenze e 41 reti.

Unica “macchia” in nazionale, ai mondiali del 1978. La Polonia e` in un girone con Messico, Tunisia e Germania Ovest. Passa  il turno e Deyna segna  nel match contro  il Messico (3-1). Successivamente  contro Argentina e Brasile, il canto del cigno. Il capitano polacco si fa` parare un rigore da Fillol nell’incontro con l’Albiceleste perso per 2-0, la Polonia torna a casa.

Quando finalmente espatria, Deyna va al Manchester city, ai tempi non una squadra di primissimo livello. Frenato da una serie di infortuni e problemi fisici diventa comunque idolo della tifoseria. Realizza sette goal nelle ultime otto partite del campionato 1978/79, decisivo per evitare la retrocessione.

Brian Kidd, suo compagno all’epoca e tuttora nello staff del City dice di lui:  “Era sublime, cosi` elegante.  Aveva un incredibile e sosisticato trattamento di palla. La gente parla spesso dell’influenza avuta dai giocatori stranieri arrivati in Inghilterra in fatto di tecnica. Deyna era anni luce avanti”.

Lo abbiamo visto nel film “Fuga per la vittoria” nella parte di Paul Wolchek, ma forse pochi se ne ricordano, recita a fianco di Moore, Pele`, Ardiles etc.

Nel 1981 come molti campioni della sua generazione si gioca l’ultima carta, emigra negli Stati Uniti , va ai San Diego Sockers , poi va ai Legends sempre a S.Diego.  Muore proprio nella citta` californiana in un incidente stradale il primo settembre 1989, a 42 anni.

E` tuttora talmente amato in patria che una sua statua campeggia nel centro di Varsavia, e sulla sua tomba nel cimitero militare dove e` sepolto c’e` una lapide con su scritta una sola parola “Szacunek”, Rispetto. Un idolo da vivo assurto a leggenda da morto.

L’importanza di essere il Borussia Mönchengladbach

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La scena e` la seguente:  ottavi di finale di coppa dei campioni, stagione 71-72, si sarebbe conclusa con la nostra finale persa  in Olanda, a Rotterdam contro L’Ajax.

I resti della grande Inter Morattiana,  ceduta a Fraizzoli, autori della famosa rimonta della tabella ai danni dei cuginastri rossoneri nel campionato italico precedente,si trovano di fronte i campioni tedeschi del Borussia MG.  Una squadra nota (agli addetti ai lavori, come d’abitudine noi si sapeva poco o nulla)  per il suo calcio ultraoffensivo e piena di talenti. Giocatori come Vogts , Bonhof, Heynckes, Sieloff  ma soprattutto il campionissimo, Gunter Netzer.

Il bimbo che  e` ancora in me ma che allora era davvero tale  e` seduto in salone davanti alla TV (Telefunken, teoutonica anch’essa) e nel solito “bianco e nero d’annata” osserva una delle situazioni piu` inverosimili che a tutt’oggi, dopo piu` di 40 anni abbia mai  visto.  L’avversario, fortissimo e nel mezzo di un ciclo vincente che durera` un decennio, pigia sull’acceleratore, Gunter Netzer  e` il demiurgo, l’arma letale che ci fa a fette con lanci millimetrici e velocita` siderale.

Il set e` uno stadio che oggi non e` piu`, il Bökelbergstadion. Tribune in legno a ridosso del campo, piccolo ma ospitante una delle tifoserie piu` calde di Germania.  L’impianto sorgeva in uno dei quartieri residenziali più chic della città,  la sua limitata capienza ,la viabilita` ed i parcheggi un problema sin dai quei  tempi, tanto che il Borussia disputo`gran parte degli incontri di cartello di Bundesliga e coppe europee al Rheinstadion, a Düsseldorf.  Solo nel 2004 venne inaugurato il nuovo, modernissimo impianto da  55.000 spettatori  che tra lo stupore generale e l’indignazione dei tifosi del Borussia, non venne incluso nella lista di quelli del mondiale 2006.

Scusate la digressione, torniamo al match che guardavo con occhi sgranati: Dopo 20 minuti siamo sotto 2-1. Nonostante un momentaneo pareggio di Boninsegna si capisce che tira un’aria grama, quelli attaccano e noi difendiamo e  andiamo (proviamo) in contropiede.

Poi al 29’, proprio Bonimba viene colpito da una lattina lanciata dagli spalti e si stende sul prato.

Da li in poi capita di tutto, “lattine del reato” recuperate in modo dubbio da ambo le parti (non si e` mai capito quale fosse quella vera e se fosse realmente piena o vuota), partita in “caciara” con l’inter che in pratica (dicono i nostri) smette si giocare. Primo tempo 5-1 per loro. Ripresa, becchiamo altre due pappine, una su rigore contestato. Corso per  l’occasione impazzisce (Cassano al confronto e` un amateur)  e prende a calci l’arbitro. L’inter tenta di addossare la colpa a Ghio per non aver Mariolino squalificato (senza successo).  7-1, Un incubo e, sipario? Neanche per idea…

“Che cos’e` il genio?” (cit. Amici miei). Nel nostro caso e` Peppino Prisco, in un’epoca in cui non esisteva il criterio della responsabilita` oggettiva riusci` ad ottenere, all’interno di un clima da seconda guerra mondiale, di rigiocare il match in campo neutro, creando un precedente importantissimo. Non si e` mai capito cosa sia realmente successo. I tedeschi sostennero che la lattina lanciata dagli spalti fosse ormai vuota e accartocciata, che Boninsegna fu colpito in modo leggero e che fu tutta una sceneggiata per ottenere la vittoria a tavolino. L’arbitro dell’incontro, Jef Dorpmans, ha dichiarato che quella sera non vide nulla ma che gli italiani cercarono subito di approfittare della situazione chiedendogli con insistenza la sospensione della partita. A suo parere le condizioni di Boninsegna non erano tali da impedirgli di proseguire la gara.

Comunque, intanto si gioca a San Siro il “ritorno”, 3 novembre 1971(ed io bambino sempre li a palpitare,) 4-2 per l’Inter. La ripetizione dell’andata si fa` a Berlino il primo dicembre 1971. L’Inter in difesa eroica ed il poco piu` (o poco meno) che ventenne Bordon para tutto,  anche un rigore a Sieloff.  0-0 e quarti di finale.

« L’Inter ha eliminato il Borussia. A tanto è pervenuta dopo tre incontri: ha disastrosamente perso il primo in Germania (7 a 1, ma per sua immeritata fortuna uno spettatore ubriaco ha avuto il ticchio di scagliare una lattina di Coca Cola) sulla capa di Boninsegna. Mazzola gli ha gridato qualcosa che poteva anche essere “buttati giù”. Boninsegna è franato perdendo i sensi e forse anche la faccia» (G.Brera).

Saro` pure un esterofilo come vengo tacciato da molti, come volete, ma per quel Borussia comunque mi e` rimasto rispetto e ammirazione, in particolare per Netzer, vediamo se riesco a convincere anche voi, partendo dalla squadra:

Gladbach, cosi` come viene chiamata anche oggi, diventata poi Mönchen Gladbach nel 1950 e Mönchengladbach nel 1960, e` una citta` non lontana da Dusserdolf e Colonia, conta circa 250.000 abitanti, prossima anche al confine con l’Olanda. Il team e` stato fondato il primo Agosto 1900. Borussia, per la cronaca,  e` la forma latina di Prussia, identifica la zona della Germania  che corrisponde all’ex regno cosi` denominato. Nei primi 60 anni di storia non c’e` un gran che da raccontare, la squadra naviga nelle divisioni inferiori dei campionati tedeschi, seppure sotto il terzo Reich un suo giocatore, Heinz Ditgens, venga per la prima volta convocato dalla nazionale e partecipi ai giochi olimpici casalinghi del 1936.

Alla  fine della seconda guerra mondiale il club inanellò una serie di promozioni che culminarono nel 1950 con il passaggio dalla Zweite Liga Ovest all’Oberliga Ovest, il massimo campionato dell’epoca, precursore della Bundesliga.

Nel 1966, dopo alcuni alti e bassi, prima stagione nella Bundesliga, promossi insieme con gli acerrimi rivali, proprio il Bayern Monaco. I due club si contederanno il predominio in Germania per tutti gli anni settanta, con il Bayern vincitore nel 1969 ed il Borussia nei due successivi anni (prima squadra tedesca a bissare il successo, il Bayern poi ne infilera` tre consecutive, immediatamente pareggiati dai nostri). 5 meistershale in un decennio. La grandezza del Borussia sta esattamente in questo, nel contendere, alla pari il predominio ad una corazzata come il Bayern, incarnando perfettamente il ruolo di Davide contro Golia.

Oltre ai campionati tedeschi, una Coppa di Germania e due coppe uefa (74/75, 78/79 prima squadra tedesca a vincerla). Gli artefici di questi successi furono l’allenatore Hennes Weisweiler e la sua squadra formata da giovani fuoriclasse, per questo motivo chiamata Fohlen-Elf (“La Squadra dei Puledri”), poi Udo Lattek.

Il credo di Weisweiler era basato su grande determinazione e gioco estremamente offensivo,   quello di Lattek  gia` piu` volte campione col Bayern Monaco, su pragmatismo e disciplina tattica, risultando comunque vincente.

Non tutte rose e fiori comunque, la coppa dei campioni ha riservato piu` che altro dolori: nelle sue due prime apparizioni non riuscì a superare gli ottavi di finale. Almeno, nel 1972/73 conquisto` la Coppa di Germania, 2-1 contro il Colonia. L’incontro venne deciso ai tempi supplementari da un goal dell’idolo dei tifosi Netzer, alla sua ultima partita con il Borussia. Su quel match circola una storia, la raccontero` poi parlando di lui.

Nel 1977 finalmente i Puledri raggiunsero la finale di Coppa dei Campioni a Roma ma vennero sconfitti ad opera del Liverpool (1-3). Arrivo` la Supercoppa di Germania e il top player della squadra, l’attaccante danese Allan Simonsen vinse il pallone d’oro, il solo giocatore nella storia del club ad averlo mai conseguito.

La vittoria in Coppa UEFA del 1978/79, segna l’inizio del declino.

L’ultima finale Europea, ancora in coppa Uefa, e` del 1980, sconfitta contro l’Eintracht Francoforte per la regola dei goal segnati in trasferta (all’epoca si giocava ancora la doppia finale). Il crepuscolo, dunque. Di questa edizione ho un altro ricordo, nei sedicesimi di finale e` di nuovo Inter-Borussia ed i tedeschi si vendicano. 1-1 a casa loro che fa ben sperare, 2-3 il ritorno a Milano dopo i tempi supplementari. Brilla, in quella partita di S. Siro, la stella del ventenne Lothar Matthäus, ne sentiremo parlare molto anche dalle nostre parti… Dalle parti invece di Gladbach non ha lasciato una gran ricordo, anzi lo odiano:

Nel 1984 Il Borussia conclude la bundesliga alla pari con Amburgo e Stoccarda, terzo per la differenza reti.  Lothar, che aveva annunciato il suo imminente trasferimento al Bayern, disputò diversi incontri deludenti e commise degli errori che costarono al Borussia punti preziosi. Da amato divenne un giocatore detestato e regolarmente fischiato (e` odiato ancora oggi). Ancor di piu` dopo la sconfitta nella finale di Coppa di Germania ai rigori contro il Bayern, con un suo errore.  Venne accusato di avere sbagliato di proposito il rigore per favorire la sua futura squadra.

« Per somma di risultati, continuità di rendimento e spettacolarità, il Borussia Mönchengladbach è stato forse la squadra europea più ammirata nell’arco di un decennio » (Il Grande Calcio – Enciclopedia del Calcio Mondiale. Fabbri Editori, 1988).

Gli anni piu` recenti sono meno gloriosi, l’unica gioia nel 1995, con la terza coppa di Germania. Poi il buio con due retocessioni e piazzamenti spesso nelle zone meno nobili della classifica.

Ai giorni nostri Il borussia gravita piu` o meno sempre in posizioni senza infamia e senza lode.

Bene, l’ultima parte di questo lunghissimo post, la voglio dedicare a quel giocatore, forse troppo facilmente caduto nel dimenticatoio, perche` contemporaneo di altri fenomeni che tanto mi colpi` nella serata della lattina:

Günter Netzer “the homeboy”, il ragazzo di casa, nato nel 1944 proprio a Mönchengladbach.

Arriva al Borussia nel 1963 dopo aver militato in altre squadre locali e rimarra`sino al 1973, quando verra` acquistato dal Real Madrid (due campionati e due coppe del Re), per fare da contraltare a Johan Cruijff,nuova  icona del Barca. Esatto, capito qual’e’ il termine di paragone? Con i piu` grandi della sua epoca. Centrocampista offensivo capace di lancio infallibile quanto di accelerazione bruciante, enorme visione di gioco, mortifero sui calci piazzati. Giocatore ideale nel calcio aggressivo di Hennes Weisweiler, il cui Borussia se volete e` un po’ la risposta tedesca all’Ajax  del calcio totale. Netzer con i lancieri ci sarebbe potuto stare alla grande, per tecnica e mentalita`, oltreche` una spavalderia che sfociava talvolta nell’arroganza. O magari no, per la necessita` di aver una squadra costruita intorno a se. Pare porti il 48 di scarpe, non esattamente la miglior caratteristica, ma il piedone era fatato. Un maestro del cambio di ritmo, nell’arco del match.

Icona pop, ha rappresentato per primo in Germania il giocatore divo, ideale testimonial nello showbusiness, ammirato dagli appassionati quanto dalle donne e dall’intellighenzia del tempo. Capelli biondi lunghi ed una passione smodata per le auto sportive, ancora oggi guida una Ferrari, ha solo optato per il colore nero, una scelta meno aggressiva rispetto al passato, dato che comincia ad avere una certa eta` (cit. Netzer). Pochi peli sulla lingua, sia da calciatore che in una delle successive carriere di successo come commentatore televisivo.

Un ribelle della pedata, capace per primo di contravvenire alle disposizioni del suo allenatore e decidere di entrare in campo, invece di rimanere relegato in panca. Accadde Nella finale di coppa di Germania del 73, Ultimo suo successo (e partita) col Borussia. Sul pareggio, 1-1 con gli arcirivali storici del Colonia, lui decise (a detta sua) e disse al coach “io entro”, in barba a quanto questi pensasse. Segno` il goal della vittoria nei supplementari.

Un artista che diceva di se: “So esattamente quando debbo correre, anche se non mi piace affatto, o almeno non senza la palla”.

Una pagina a parte la merita la sua esperienza in nazionale. La mai sopita rivalita` con il blocco del Bayern ed in particolare con Kaiser Franz lo ha spesso relegato ai margini del fortissimo team Tedesco degli anni 70. Per non parlare del dualismo, dell’ incompatibilita` con il regista mancino del Colonia, Overath, spesso preferito a lui perche` piu` lineare e logico nel dettare il gioco.

Comunque, Gli Europei vinti del 72 sono farina del suo sacco, in particolare nei quarti con gli Inglesi (a segno su calcio di rigore), nella semifinale col Belgio e la finale con L’Unione Sovietica. Nel 74 ai mondiali in casa, L’allenatore Helmut Shon si deve “piegare” all’influenza del nucleo bavarese e quindi Netzer sara` poco piu` che un comprimario in quel trionfo. Solo 37 presenze in nazionale per uno dei giocatori piu` forti dei suoi tempi.

Terminata la carriera da calciatore al Grasshopper nel 77 comincia quella di dirigente sportivo all’Amburgo, dove vince a raffica (coppa dei campioni contro la Juve inclusa). Detto della esperienza come tagliente commentatore Tv, da rimarcare che dopo 8 anni All’Amburgo lascera` per fondare con successo una compagnia che si occupa di marketing sportivo, credo la gestisca tuttora.

Un uomo di talento, estremamente consapevole dei suoi mezzi.  E` riuscito in qualsiasi altra impresa abbia deciso di intraprendere, forse perche` sempre  legata al calcio o piu` in generale allo sport. Ambiti in cui ha costantemente dimostrato  visione non comune e comprensione profonda  di  tutti gli aspetti e sfaccettature.

Una vita da (quasi) underdog

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“Essere un tifoso del Manchester City in una giungla di tifosi del Manchester United è come essere un animale in via di estinzione” (da: There is only one Jimmy Grimble, GB 2000).

 Jimmy Grimble e’ un simpatico ragazzetto di Manchester, dalle orecchie a sventola, non privo di talento calcistico, in questa gradevole pellicola inglese.

Nel film, e’ convinto che le prodezze che riesce a realizzare sul campo, suscitando l’interesse degli osservatori del MU, dipendano da un paio di vecchie scarpe da calcio magiche. Un giorno, impossibilitato ad indossarle, si sentira’ impotente, incapace di quelle giocate fantasmagoriche che sino ad allora lo avevano caratterizzato e reso famoso. Un po’ come Sansone…quando venne subdolamente privato dei capelli dove si narra risiedesse la sua forza.

Ora, il film e’ a lieto fine ed il nostro Jimmy comprendera’ che il suo e’ talento vero, a prescindere dalle scarpe, tanto che il MU gli offrira’ comunque un contratto. Il bello e’ che il ricco guiderdone in questione verra’ rifiutato dal piccolo eroe per andare a giocare nella squadra del suo cuore, il, Manchester city, l’altra meta’ del cielo.

Proprio in questa passione di Jimmy per una squadra meno celebrata, nella stessa citta’, sta il significato del film ed anche, molto indegnamente come sempre, il razionale di questo mio post.

Cosa vuol dire essere tifosi di una squadra che non vince quasi mai, o molto alla lunga, in una citta’ a stragrande concentrazione di tifosi degli altri, dei diavoli rossi, forse la squadra più famosa del pianeta?

Anni di soprusi, prese in giro, angherie di ogni genere, per poi, ma mica sempre, prendersi una sacrosanta rivincita? E si, perche’ la vita reale mica e’ un film, non prevalgono sempre i buoni o arriva sul piu’ bello la cavalleria a salvarci, tutt’altro.

Cosa vuol dire assistere da tristi spettatori ai successi ed ai festeggiamenti di quelli del quartiere accanto, ma che dico della casa affianco? E soprattutto, perche’ mai un ragazzino dovrebbe scegliere di tifare una squadra simpaticamente (per gli altri) sfigata e perdente quando avrebbe l’opportunita’ di scialarsela con quelli che trionfano sempre?

Proprio questo interrogativo mi affascina, da tifoso della prima ora del city in premier league. E figurarsi se potevo tifare per una squadra che ha invece i colori rosso e neri e nello stemma il diavolo, vi ricorda qualcosa? Ed a proposito, amici nerazzurri, voi cosa provavate quando Il Milan vinceva coppe e scudetti a raffica e noi nisba?

45 anni di attesa per la coppa con le orecchie son lunghi, siam persino arrivati a far delle nostre sconfitte e dei nostri insuccessi un brand, un marchio di fabbrica, sinanco un vanto, autocelebrandoci all’indomani del 5 maggio come Aristocrazia della sfiga (cit. Michele Serra), inneggiando ai nostri insuccessi e definendoli preferibili e non barattabli con quelli a iosa del nano di arcore. E, non abbiam mollato, attaccati peggio di prima alla squadra del cuore. Fede cieca dunque. Come nasce questo sentimento profondo, da dove arriva?

Per tornare a parlare del city, ci sono un paio di tifosi eccellenti, i fratelli Gallagher del gruppo degli Oasis, originari di Manchester e tifosi dei citizens. Mi pare che Noel riporti la passione per il city ad una sorta di ribellione rispetto al patrigno che lo gonfiava di botte da piccolo e credo fosse tifoso del MU. Insomma, una specie di rivalsa nei confronti del potere, della prevaricazione esercitata dai potenti sui più deboli. Sempre per rimanere agli Oasis ed utilizzare il paragone musicale, forse un decennio fa si contendevano il predominio e la popolarita’ in Gran Bretagna con un altro gruppo, i Blur. Tanto sanguigni e rockettari i primi quanto cool e sofisticati (musicalmente parlando) gli altri. Dovendo dirla tutta, abbastanza agli antipodi, seppure concorrenti nello stesso settore. Cosa fa preferire gli uni agli altri, quali segnali captiamo, piu o meno rassicuranti, cosa titilla il nostro animo e fa propendere la scelta su questi o quelli? E riportandolo al calcio, perché si sceglie talvolta una squadra perdente o tendenzialmente meno forte rispetto alla piu’ tranquillizzante e facilmente vincente? Abbiamo detto ribellione come movente o invece emulazione, la squadra del papa’ diventa quella del figlio, oppure a causa dell’amico che ha una influenza su di noi. O anche, più semplicemente, un suono, un colore che ci colpiscono in un momento della vita in cui siamo vunerabili, da piccoli, quando siamo un foglio bianco su cui scrivere, pronto per essere redatto a condizione di avere l’inchiostro adatto a noi.

Ci siamo, questa e’ la chiave di lettura che mi va di utilizzare per provare a spiegare l’inspiegabile, quell’innamoramento che di razionale apparentemente non dovrebbe avere nulla ed invece, utilizzando quelle quattro reminiscenze che mi ritrovo sul cervello, sulla base del funzionamento di questo organo vorrei tentare di decifrare. Si, nonostante le apparenze mi pare molto più un fatto di cervello che di cuore.

In termini di preferenze, la vita e’ tutta una dicotomia, un dualismo, o al massimo per rifarsi al cervello una questione di emisfero destro o emisfero sinistro.

Creativita’ ed astrazione l’uno,razionalita’ e pragmatismo l’altro. indipendenti i due emisferi, capaci di interconettersi o essere autonomi.

Ognuno di noi ha delle preferenze, vien colpito dato il suo modo preferenziale di ragionare, o gradisce piu’ facilmente certi segnali rispetto ad altri. Lo sanno bene i pubblicitari che curano le campagne delle grandi aziende, spesso concorrenti tra di loro. Cosa ci porta ad esempio a scegliere, una catena di fast food rispetto ad un’altra, se queste si trovano ai lati opposti della stessa strada e quindi per noi equidistanti? Mcdonald e’ certamente piu’ ortodosso e rassicurante come tipo messaggio trasmesso ai nostri cervelli, attrarra’ quindi un target con prefenze sul razionale e pragmatico (emisfero sinistro).Tutt’altra cosa Burger King che ha una campagna piu’ trasgressiva,si rivolge alla popolazione con un msg nuovo, quasi provocatorio. E’ facile pensare che coloro con preferenze di emisfero destro, vengano attratte da quel tipo di pubblicità e scelgano Burger king invece di Mac Donald.

Moltissima della strategia delle grandi aziende per attrarre il consumatore si basa su questi aspetti, la rassicurante Nike verso la rivoluzionaria ed innovativa Reebok, la classica coca cola rispetto ai competitori estremi della pepsi.

Per i tabagisti e’ la Marlboro invece della Camel, per i “ciclofili” Coppi o Bartali.

Ci siamo capiti spero. Pero’, se parliamo di calcio non troviamo grandi spiegazioni nella scelta del team da amare per la vita se non pensiamo proprio alle interconnessioni dei due emisferi, attraverso il corpo calloso.

Certo, Non e’ tutto in una direzione ed un fumatore di Camel puo’ tranquillamente preferire una coca cola ad una pepsi, anche se sareste sorpresi da quanto la coerenza delle scelte sia spesso a dir poco incredibile.

Ancora altri fattori possono e debbono necessariamente entrare in gioco, esser tenuti in considerazione, come la identificazione con i buoni o i cattivi (ma esistono davvero in modalita’ dottor jeckill e mr Hide? intendo nella vita reale). L’eroe o l’antieroe, gli indiani ed i cowboy,ed esistono meccanismi di identificazione che possono partire da basi disparate, talvolta ancestrali. Prendiamo l’Inter ed immediatamente capiamo che ci ha fregati tutti, creativi e pragmatici, perche’ in essa riscontriamo caratteristiche che possono essere preferite sia dagli uni che dagli altri. Il colore della maglia nella parte blu e certamente tranquillizzante e rassicurante, ma che dire del nero? Internazionale e’ un nome che fa’ tanto cittadini del mondo, ha un bel suono ma come le collochereste in termini di preferenza? E poi non e’ rassicurante come la Gobba che vince quasi sempre ed e’ la rappresentazione del potere, con conseguente fascinazione, anche data dal lato oscuro (cit. George lucas), dalla personificazione del male. Ma certo, poi per onesta’ intellettuale, non e’ che noi siamo sempre proprio i buoni o comunque, al massimo pensiamo di esserlo…E siamo la pazza Inter, non direi rassicurante in quel senso.

Insomma, il ventaglio e la granularita’ delle caratteristiche rende la beneamata un raro esemplare che puo’ esser apprezzato da una popolazione estremamente variegata e diversificata e comunque fa della scelta della squadra di calcio un qualcosa che sfugge anche ai meccanismi del cervello se non lo vediamo come dicevo prima con emisferi interconnessi ed interagenti. Organo affascinante, ed “autoconsapevole”, a scanso di imbrogli ha poi ben presente che: Si puo’ cambiare (talvolta) la compagna o il compagno nella vita, la fede politica (ad ogni soffio di vento) ma non (proprio mai e poi mai) la preferenza calcistica.

The sixties – Riflessi della memoria

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Sono nato negli anni sessanta. Uno dei tanti, è proprio il caso di dirlo.

Un baby boomer, figlio di quel nuovo benessere che permeava la nazione in quei giorni e spinse quelle generazioni a produrre bambini come non sarebbe piu` capitato nella nostra storia.

Circa un decennio di nascite record che gli storici fanno terminare intorno al 65, o poco prima, non ha molto senso dibatterne; ad un certo punto dei sixties inizia un plateu e poi un’ineluttabile, irreversibile discesa che ci portera` sino agli anni nostri con crescita zero, ad essere il paese anagraficamente piu` vecchio del gia` vecchio continente.

Io ho sempre sentito e sofferto di essere venuto al mondo troppo tardi, e cosi`non aver vissuto appieno quanto successo in quegli anni.

Anche perche`,cantavano i Beatles e Mary Quant sdoganava la minigonna.

Sono nato negli anni sessanta nel nordest del paese e li ho trascorso la mia porzione abbondante di quel decennio, prima che i miei genitori decidessero di tornarsene al centrosud, all’inizio degli anni 70.

Una strana emigrazione al contrario, si potrebbe dire.

Strana, alla fine neanche poi tanto, solo insofferenza ed un po’ di mancanza di adattabilita`, di mio padre, non certo di mia madre, in un contesto che non ha mai sentito suo nonostante le apparenze. Alla fine, un classico caso di mancata integrazione.

Come non capirlo, allora era forse ancor piu`difficile di oggi.

Sono il tipico figlio primogenito di una famiglia assolutamente piccolo borghese di quegli anni. Con tutte le caratteristiche, famiglia di 4, genitori entrambi dipendenti pubblici, posto fisso e stipendio assicurato a fine mese, pensione certa al termine del percorso.

Ho un fratello piu` piccolo, ed i miei hanno una casa di proprieta`, comperata non senza L’aiuto dei nonni emigrati negli USA negli anni precedenti e piccolo mutuo da pagare che a noi oggi farebbe sorridere ma che a loro sara` sembrato il K2 da scalare.

Macchine, 2,  una piu` grande ed una utilitaria, ovviamente la 500. Abbiamo fatto anche qui tutto il percorso borghese di crescita: la 600, color acquamarina, primo simbolo di emendamento dalla poverta` ed irrinunciabile passaporto di liberta` verso le mitiche gite fuoriporta domenicali (a Iesolo, o in montagna,talvolta a Cortina quando ero ancora nordico), tanto bene descritte dai registi dell’epoca. Poi la 128, gialla, infine la mitica Giulia, blu con volante in radica.

E` il miracolo economico di quegli anni. O forse, a posteriori sarebbe meglio dire il miraggio economico del quale paghiamo un conto salatissimo anche oggi.

Una bella,noiosa normalita`. E quindi dove sta la storia?

Probabilmente proprio in questa banalita` e normalita`, nel cercare di trasferire il gusto, l’idea di una stagione comunque rotonda e speranzosa. Forse nel raccogliere un po’ di ricordi e tracciare un bilancio; forse.

Non lo so, ad un certo punto mi e venuta di voglia di scriverla, ed eccomi qua.

Gli anni 60 per me, piccolissimo, trascorsi su al nord,sono fotogrammi, spezzoni, flash.

Alcune cose mi viene anche il dubbio se mi siano mai accadute, oppure se siano storie d’altri che mi sembra di aver vissuto in prima persona, una sorta di transfer.

Vediamo, ricordo il cortile del palazzo in cui vivevo, dove imparavo ad andare in bici, ho la perfetta rimembranza di quando mi han tolto le rotelle di supporto e dapprima incerto, poi piu` spedito ho cominciato a pedalare.

Dovevo avere sui 5 anni, o forse 6.  Che poi, e` il periodo in cui ho scelto di cosa “morire” calcisticamente.

Molto per emulazione di ragazzi appena piu` grandi; uno in particolare che abitava in un appartamento dirimpetto al mio, doveva avere tre, quattro anni piu`di me.

Una differenza di eta` giusta per aver ricordo diretto della grande Inter, lui si, e dei suoi successi internazionali.

Non riesco a ricordarmi il nome di quel ragazzo, mai piu` visto da quando ci siamo poi trasferiti al sud. Chissa`che fine ha fatto. Ad ogni modo, sempre nel piazzale del palazzo, era lui che formava le squadre di ragazzini del quartiere per le partitelle; ad ognuno di noi assegnava un nome di un giocatore famoso,non solo dell’inter ma anche di altri club.

Chi era Riva,chi Rivera, Mazzola, Prati, Suarez, Corso.

Io, piccolo, pendevo dalle sue labbra e noi (lui ed io), avevamo sempre nomi di giocatori dell’Inter.

E`stato lui a narrarmi le gesta che oggi conosco a menadito, soprattutto per averle riviste, della grande Inter che non tornera` piu` (una mezza cit. Liguabue, Radio Freccia).

Quell’Inter creata da Angelo Moratti, un uomo che ebbe una intuizione di business non comune comprando credo in USA macchinari di raffinazione, smontandoli per trasportarli e rimontandoli in Italia.

Divento` il maggior raffinatore di greggio d’Europa e ricchissimo.  Con quel talento ci mise anche troppo a vincere con la squadra comprata come regalo a sua moglie Emilia, di origine svizzera e tifosissima dell’Inter.

E comunque ce la fece, mettendo in piedi un modello che tutti in Italia hanno poi ripreso.

Il primo esempio di organizzazione manageriale applicata al calcio, con un grande dirigente, Italo Allodi ed un allenatore esotico, Helenio Herrera, che cambio` per sempre le metodologie di gestione ed allenamento dei calciatori in Italia. La via del professionismo, cosi` come lo conosciamo oggi.

L’Inter di quegli anni,come la Juventus dopo (piu`o meno), governava le dinamiche di mercato attraverso Allodi e Moratti e la loro rete di influenza.

Si dice che pagassero il Cagliari perche` tenesse Riva e non lo facesse andare dai gobbi. Ed erano riusciti a comprare le perla nera Eusebio, che avrebbe garantito altri trionfi.

Acquisto bloccato dalla chiusura delle frontiere, fortemente caldeggiata da Umberto Agnelli e Franco Carraro, non tanto per rinvigorire la pedata italica dopo il disastro con la Corea del Nord, quanto per bloccare gli storici rivali meneghini ed invertire il corso degli eventi.

Vi riuscirono. Allodi in un secondo momento ando` ad organizzare la Juve, che poi sfocio` in quella trapattoniana del decennio successivo. Persino il modello Juve quindi non e` azzardato pensare origini dal modello dell’Inter Morattiana dei sixties.

Suoi, dunque, di questo ragazzino, i miei racconti di formazione, viste con i suoi giovani occhi le prodezze della grande Inter.

La finale con il Real madrid di Puskas e Di Stefano, Il goal leggendario di Mazzola con il Vasas, quando continuava a scartarli tutti e non tirava mai. La rimonta dopo il 3-1 fuori casa con il liverpool, la punizione a foglia morta di Mariolino, il sinistro di Dio, L’astuzia di Peiro` nel sottrarre il pallone al portiere inglese.

Il goal di Facchetti, il nostro capitan futuro all’epoca, quello vero in campo e fuori era Armando Picchi. Racconti di un calcio italico ed eroico, fatto di difesa impenetrabile, sofferenza e mortifero contropiede.

So tutto e li ho visti un miliardo di volte, tanto che mi sembra di averli vissuti ma in realta` cosi non e`. Fotogrammi, cartoline di un mondo che correva a 100 all’ora ed in verticale trasformazione.

Quello e`stato il mio imprinting nerazzurro, molto piu` che con mio padre, anche egli tifoso, di cui ricordo le accese discussioni calcistiche con il mio padrino, milanista, e qualche santione durante le poche partite trasmesse in un polveroso black and white dall’unico canale televisivo disponibile e ricevibile all’epoca, il primo canale, poi ribattezzato Rai uno.

Sono nato negli anni sessanta ma essi mi appartengono come un ricordo quasi documentaristico, e normalmente mi generano quel languore, un senso di incompletezza dato dal non aver potuto partecipare, come ho scritto prima, attivamente ed intensamente agli accadimenti di quell’epoca.

Si, forse noi siamo nati tutti troppo tardi. Sorgevano la beat generation, gli hippies e la contestazione. Si innescavano quei processi che avrebbero cambiato la societa`, i costumi, il mondo. Il primo uomo mise piede sulla luna.

Noi piccoli, testimoni inconsapevoli. Una “generazione di mezzo” perennemente in ritardo e sempre in bilico tra passato e futuro, con quella senzazione di spiazzamento,  di sentirsi sempre ed ovunque fuori posto che non ci molla mai, proprio mai.

I tulipani degli anni 70 II – L’altro Johan

Neeskens_Ajax_

                                                     Per continuare a scrivere della mia arancia preferita (chi vuole puo` cercare nel blog il primo articolo “la beat generation del pallone”, tra le “Storie”) , dei principali protagonisti di quell’epoca, avrei solo l’imbarazzo della scelta:

dal santone, visionario allenatore Rinus Michels, al portiere “tabaccaio” Jongblooed, a Van Hanagem, signore e padrone del centrocampo, a Rud Krool, prima terzino di attacco e poi centrale difensivo di immensa classe ed altri ancora. Tutti personaggi incredibili che meriterebbero un capitolo dedicato. Non e` detto che un giorno io non li scriva.

E sarebbe troppo facile scrivere del profeta del goal, il mio giocatore preferito di sempre. Su costui si sono spesi fiumi di inchiostro ed aggiungere qualcosa sarebbe semplicemente addizionare gocce d’acqua all’oceano.

Per me ce n’e` uno che piu` di tutti merita menzione, di cui si e` scritto e parlato troppo poco, se pensiamo a quello che ha conseguito ed a cosa ha rappresentato, anche come punto di partenza per arrivare a quei giocatori duttili e completi che fanno la fortuna degli allenatori, nel calcio attuale.

Johannes Jacobus Neeskens classe 1951, noto a molti come Johan secondo (il rovescio della medaglia, quello complementare), ovviamente perche` contemporaneo ed amico del celebratissimo, divino Johan Cruijff e probabilmente oscurato da questi. Seppure, come dicevo, nessuno incarni meglio di Neeskens, per gli intenditori, il giocatore totale.

Un antieroe solo all’apparenza e solo perche` troppo fulgida e` la stella di Crujiff. In realta` un fenomeno. Completo, universale, capace di ricoprire qualsiasi ruolo in campo, da difensore a mediano, incursore o addiritura attaccante goleador. In sostanza un leader silenzioso e “by fact”.

Si autodefinisce « Un mediano difensivo che sapeva segnare » . Io direi rubando ad altri le definizioni, un “Box to box player”, oppure uno “shadow stricker”.

E` il giocatore icona del calcio totale predicato da Michels prima e Kovacs poi, all’Ajax. Un ottimo atleta con piedi perfettamente educati, forte anche nel gioco aereo. Con Crujiff la simbiosi e’ totale, dentro e fuori dal campo. Il braccio e la mente ma non sarei sicuro chi fosse l’uno o l’altra. Piuttosto, come consono ai tulipani, si scambiavano di ruolo…

Michels e Kovacs predicavano in Olanda: “un giocatore deve essere completo e continuo, capace di adattarsi a giocare in qualsiasi zona del campo”. Questo e` esattamente Neeskens, piu` di tutti gli altri compagni. Una intelligenza calcistica superiore, un vero mostro, un’arma letale, ago della bilancia ed equilibratore del modello di calcio totale. Insostituibile ancora piu` di Johan I, tanto che condurra` l’Olanda alla seconda finale mondiale di fila, nel 78, quando Cruijff non sara` presente.

Giocatore di baseball promettente in anni in cui Olanda ed Italia si contendono il (poco) significativo predominio europeo in una disciplina con debole attecchimento da queste parti. Anche se… ci stava per rubare il grande Bruno Conti… Johan II lo vogliono portare in America ma alla fine sceglie il calcio, per fortuna.

Gioca nella RCH (Racing Club Heemstede, la sua citta` natale) quando viene notato da Michels e portato all’Ajax , 18enne o giu di li. A 19 anni vince la sua prima Eredivisie con l’Ajax. Presto comincera` il grande ciclo dei lancieri con le tre Coppe dei Campioni di fila. Neeskens gioca e bene, difensore. Si, difensore, avete capito bene. Pensate che quando Cruyff abbandona i “lancieri” ed emigra a Barcellona, Neeskens diventa trequartista-centravanti al suo posto.

Anche in nazionale arriva presto, l’11 novembre 1970 contro la Germania Est. Nel ‘74, ai mondiali in Germania (ovest) sara` capocannoniere dell’Olanda con 5 reti. E` un micidiale rigorista. E gia`, perche` i rigori li batte lui nel 74 mica Johan I, compreso quello della sfortunata finale con i tedeschi ovest. Ed e`un personaggio mai scontato, come vedremo.

Alla vigilia del Mondiale del ‘74 Neeskens si accorda con il Barcellona, si riunira` cosi` a Michels e Crujiff. Amato anche da quelle parti, sia per la bravura che per la sua volontà di identificarsi con il club e con la Catalogna. Vincera` una Coppa del Re, una Coppa delle Coppe e 219 partite, 53 gol.

In Argentina nel 78 l’Olanda arriva senza Cruijff, come accennavo poc’anzi. Neeskens, guidera` la nazionale fino alla finale poi persa 3-1 ai supplementari contro i padroni di casa. Una delle partite piu` violente della storia del calcio, sotto gli occhi dei colonnelli, mentre migliaia di persone vengono fatte sparire. È la fine di un ciclo. Neeskens lascia la nazionale, 49 partite ufficiali, 17 reti.

In Nazionale Come e piu` di Cruijff, un re senza la corona. Oltre alle due finali mondiali perde la semifinale del 76 dei campionati europei con la Cecoslovacchia (le cronache riportano una rissa nel fango piu` che calcio) e viene espulso per fallo di reazione. Gli Orange arrivano terzi, senza schierare i due Johan nella finale di consolazione.

Alla fine degli anni Settanta come molti campioni europei al termine della carriera, Neeskens emigra negli Stati Uniti, dove gioca principalmente con la maglia dei New York Cosmos. Poi i debiti della allora lega nord americana (National soccer league) il declino ed il fallimento di questa ed il ritorno in Europa, in Olanda con il Groningen. E successivamente di nuovo USA, Kansas City Comets e Fort Lauderdale Suns.

Nel 1987, va in Svizzera, dove termina la sua carriera di giocatore. Inizia quella di allenatore come player-manager al Fc Baar.

Nell’estate del 1990 allena il Fc Zug, e rifiuta di andare al Grasshoppers.

Un uomo particolare e spigoloso, senza mezze misure come era in campo, con principi e scelte talvolta in controtendenza rispetto alle altre stelle, Come Cruijff o Haan che si accasano in grandi club anche come coach.

 Il 1º luglio 2000 alla sua prima esperienza come capo allenatore in Olanda porta il NEC Nijmegen, per la prima volta in vent’anni, in Coppa Uefa e rifiuta le offerte di panchine importanti (Barcellona e Schalke 04) per completare il lavoro iniziato con la qualificazione Uefa. Nella stagione seguente viene esonerato.

 Nei grandi club ed in nazionale comunque ci arriva perche`il carisma e la competenza gli vengono comunque sempre riconosciuti: nel 1996 prolunga il suo contratto con i dilettanti tedeschi del Fc Singen ma viene chiamato come secondo al capezzale della nazionale olandese, con Rijkaard prima e Guus Hiddink poi .

Al Barcellona e` vice di Rijkaard, allena quindi la selezione B della nazionale olandese, come vice di Dennis Bergkamp. Dal 1º Luglio 2009 al 20 Ottobre 2010 è ancora vice di Rijkaard al Galatasaray. Poi, altra scelta peculiare, va in Sudafrica ad allenare i Mamelodi Sundowns di Pretoria.

 Un uomo schivo in un mondo di prime donne, dotato di un’etica personale non sempre allineata con i valori della sua epoca. Ci piace per questo forse ancora di piu` e meritava che qualcuno come me, molto indegnamente lo ricordasse e ne scrivesse, seppure in un piccolo spazio come questo, per cio` che ha incarnato e rappresentato.

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